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Federico Viero e il calcio: una questione di famiglia
Federico Viero e il calcio: una questione di famiglia

Tratto dall'House Organ "Teramo Stadio" n.7

Nel progetto triennale con cui si è legato al Diavolo, l’ex gioiellino di Parma e Sassuolo è in cerca della definitiva consacrazione. A dispetto della giovane età, di strada Federico ne ha percorsa dalla Bassa Parmense in cui doveva far gol, passando per Parma, croce e delizia, ed i successi di Sassuolo, dove è passato nel mezzo. Una famiglia calciofila (padre difensore, nonno attaccante) lo stimola continuamente ad affinare le sue qualità, magari sulle orme del suo modello Locatelli. E per chi ha visto a bordo campo le giocate di Cassano e Giovinco, la qualità non può che rimanere un marchio di fabbrica.

Come hai passato il Natale e cosa ti ha lasciato in dote il 2020?
Paradossalmente è stato forse uno dei Natali più belli perché, non potendo uscire in compagnia, mi sono goduto appieno la magia delle feste in casa a Sissa, nella Bassa parmense, con la mia famiglia ed il mio fratellino dodicenne, anche lui aspirante calciatore, tra grandi partite a carte, giochi da tavola e qualche film. L’anno appena archiviato mi ha fatto crescere molto a livello caratteriale, avendo affrontato tante situazioni nuove, dal fattore Covid in primis alle panchine iniziali. E sono contento per come ho fronteggiato le asperità sul cammino.
Come nasce la passione per il calcio?
In primis dal contesto, visto che la mia è una famiglia di appassionati e praticanti. Mio padre è stato difensore soltanto a livello dilettantistico, ma ascolto moltissimo i suoi suggerimenti perché sa di calcio. Mi ha sempre spronato nel migliorarmi, ho tratto spunto dai suoi insegnamenti e sbaglia poche volte nelle sue analisi. Con me è sempre particolarmente critico, cerca di tirarmi fuori il meglio in modo costruttivo, incitandomi a dare il massimo in ogni allenamento perché sostiene che alla lunga, un giocatore che ha qualità emerge sempre.
E allora raccontaci la tua trafila…
Ho cominciato con la Bassa Parmense, la società del paese. Ricordo che non riuscivano a trovarci un campionato competitivo perché eravamo troppo forti, vincevamo con valanghe di gol, un gran gruppo con ragazzi ora divisi tra D e Eccellenza. Per questo motivo ci inserirono in un girone con ragazzi più grandi. Sono stato lì fino a 9 anni e giocavo attaccante esterno: avevo un gran passo da piccolino, peccato che sia rimasto quello nel tempo (ride, ndr). Poi, quando frequentavo la Prima Media, ecco il Parma, croce e delizia.
Perché?
Esperienza tanto bella quanto dura. Dopo un anno di scarso utilizzo, meditai di mollare e tornarmene in paese. Fortunatamente non fu quella la decisione finale ed è andata benone. Parma è una città stupenda, dopo scuola andavo in mensa e poi facevo allenamento. Ricordo anche il cambio di ruolo: dai 10 anni in su sono sempre stato lì nel mezzo, una vita da mediano per dirla alla Ligabue, anche se non è il mio cantante preferito. Tutto bello, fino all’epilogo, con il fallimento della gestione Ghirardi, senza dimenticare Manenti. Mai visto un Presidente arrivare in Punto…
A Parma hai lasciato il cuore?
Quel crack mi ha dato un retrogusto amaro. Sono cresciuto parmense, mio padre mi portava sempre al “Tardini”, dove facevo anche il raccattapalle e mi sono goduto un po’ di campioni a bordo campo: Cassano era unico, insieme a Giovinco dipingevano calcio. Peccato sia finita in quel modo.
La soluzione fu geograficamente vicina.
Decisi di seguire il direttore Palmieri a Sassuolo. È stata la mia svolta: ho giocato con continuità, vinto un “Viareggio” con i vari Adjapong (ora al Lecce, ndr), Scamacca (Genoa, ndr) e Ravanelli (Cremonese, ndr), fatto uno stage in Nazionale. In Primavera ho incontrato tecnici davvero bravi e preparati come Mandelli e Turrini, alternandomi da regista o mezzala e giocando con Raspadori (Sassuolo, ndr) di cui sono molto amico. Perché non sono rimasto? Non ne ho idea…
A proposito di Sassuolo: non male per un paese di 40mila abitanti essere all’ottavo anno consecutivo di Serie A…
I risultati conseguiti sono spettacolari. È un progetto preparato accuratamente dalla famiglia Squinzi, non credo soltanto in virtù del budget, ma soprattutto per merito dei professionisti di cui si è circondato il Presidente negli anni.
Le principali differenze tra il Campionato Primavera e la C?
Tra i “Pro” direi l’elevata fisicità degli interpreti, la maggiore intensità agonistica ed il fattore pubblico.
Chi ti senti di ringraziare?
La mia famiglia in blocco che mi ha sempre supportato in ogni modo e facilitato nella mia crescita, poi se devo citare un addetto ai lavori in particolare, dico Francesco Palmieri (da un lustro responsabile delle Giovanili del Sassuolo, ndr) che mi ha aiutato nei momenti delicati.
L’allenatore dal quale hai appreso di più?
Tre nomi che condenso nel periodo della Giovanili del Sassuolo: Paolo Mandelli, Stefano Morrone e Francesco Turrini.
Sei prossimo ai 22 anni: a che livello è giunto il tuo processo di maturazione?
Secondo me è a buon punto, sono consapevole dei miei mezzi, conosco le mie criticità e so invece cosa posso fare per aiutare il team.
Dove ti senti di dover migliorare?
Essere più duro e aggressivo ma, nel contempo, farmi condizionare meno dalla partita a livello emotivo e prendere meno cartellini. Mi sento più regista, ma credo di avere caratteristiche ibride.
Ce l’avrai un calciatore preferito vero?
In quest’ultimo periodo mi sono letteralmente fissato per Locatelli: mi ero allenato con lui qualche anno fa, era forte, chiaro, ma gli mancava qualcosa. Ora, invece, ammiro la sua crescita che lo ha portato ad essere leader nel club e nel giro della Nazionale. Tocca tanti palloni ma non ne sbaglia uno, possiede una gestione perfetta e tanta personalità: è quello che si dice “un centrocampista completo”.
Chi ti ha impressionato di più da avversario in questi anni?
Zaniolo! L’ho incrociato in Primavera quando era uno tra i protagonisti dell’Inter: impiegato come trequartista, aveva calcio e corsa, una forza clamorosa e, elemento di non poco conto, faceva sempre gol. Si vedeva lontano un miglio che sarebbe diventato un big.
A proposito di grandi interpreti, quali insegnamenti hai appreso dall’amichevole estiva con il Napoli?
Innanzitutto è stata una bella giornata di sport che ci ha messo a dura prova. Ho capito che la strada da percorrere è ancora lunga ma non impraticabile e che se alcuni coetanei militano con i partenopei, vuol dire che sono sicuramente più pronti.
Fede calcistica?
Simpatizzo per il Sassuolo, ma sono tifoso dell’Inter. Perché? Avevo una fissa clamorosa per Adriano, pensa che al mio primo allenamento ci andai con la sua maglia! L’Inter non sarà entusiasmante sotto il profilo del gioco, ma in campionato è un tipo di calcio redditizio: Brozovic mi piace molto quando detta i tempi della manovra, Barella sa far praticamente tutto.
Le tue passioni?
Considerando che la play l’ho dovuta lasciare a Parma dal mio fratellino, rimangono Serie Tv e musica di cui ascolto un po’ di tutto, anche se Ultimo è il mio preferito. Nel nuovo anno, però, mi sono ripromesso di leggere maggiormente, magari cominciando da quei libri che ho ricevuto in dono sotto l’albero: uno è su Paolo Rossi, l’altro è su come investire in Borsa. Studiavo Economia, magari mi farà tornare lo stimolo per riprendere…
Auto preferita?
Range Rover Evoque.
Piatto scelto?
Agnolini in brodo, una pasta molto simile ai tortellini.
Meta raggiungibile?
Quando si potrà, mi piacerebbe andare in barca con i miei amici in Sardegna, ma il sogno rimane l’America, in particolare New York.
Un film che non ti stancheresti mai di guardare?
“Una notte da leoni”: quando torno a casa non c’è una sola volta che non lo riguardi con mio fratello.
Cosa chiedi al 2021?
Spero di dimostrare principalmente a me stesso quello che posso fare e di realizzarmi in campo.
 

LA CURIOSITA’

Più che “figlio d’arte”, Federico Viero è quel che si dice un “nipote d’arte”. Se il papà è stato un difensore centrale militando però nei campionati dilettantistici, infatti, il nonno Mario Ferri ha giocato nel Parma a metà anni Cinquanta, in Serie B, con i gialloblu che successivamente, negli anni Settanta, saranno alle prese con sfide appassionanti proprio contro il Teramo (in una di queste con doppietta di Carlo Ancelotti).
Pur non avendo una statura importante, Ferri era una punta di movimento e, per i festeggiamenti del centenario del Parma Calcio (guarda caso nato nel 1913 come il Diavolo), è stato invitato in qualità di vecchia gloria ducale. Attaccante il nonno, difensore il padre, centrocampista il figlio Federico: come si suol dire, in medio stat virtus…

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