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Massimo Paci. Condottiero Rock
Massimo Paci. Condottiero Rock

Al Diavolo ha segnato il suo ultimo gol, con il Teramo ha iniziato la sua seconda avventura professionistica nel calcio, in quello che definisce «un quadrimestre emozionante». L’uomo che ha convinto tutti si racconta dal 1998: Roggi che fa rima con Moggi, la Juve, lo scontro fortuito con Pippo Inzaghi, la fine solo temporanea del sogno. Un lustro di «allenamenti matti» per riveder le stelle, la gavetta nel suo destino, quasi 200 gettoni in A dietro ad autentici maestri come Gasperini, Guidolin, Giampaolo e Ranieri, anche se il suo guru rimane Nagelsmann, guida prodigio della favola Lipsia. Mr Hyde in campo sullo stile Metallica, Dr Jekyll maturato e assennato in panca. Tutto questo (e molto altro) è Massimo Paci.

La carriera da calciatore termina nel 2014/15 con l’ultimo sigillo tra i Pro, proprio contro i biancorossi. Un segno del destino?
Non ci avevo mai pensato: ricordo che era la prima di campionato: da una punizione di Giovinco la sfiorai di testa quel tanto che bastò, ma poi la rete la diedero a lui.
Da centrale difensivo cosa ti colpiva di quel Teramo?
Il fatto di essere ben messi in campo, anche se nei due scontri diretti segnammo loro quattro reti. E poi la coppia di attaccanti: Donnarumma e Lapadula, insieme, erano un gran bel problema, gestivano sempre bene il possesso e avevano grande fame e voglia di dimostrare, pur in un contesto di una squadra normale.
Riavvolgiamo il nastro al 1998 ed a quella chiamata da lasciare senza fiato.
Mi allenavo con la Primavera dell’Ancona, un giovedì giocammo un’amichevole contro la prima squadra: convinsi Scoglio e la domenica successiva mi fede addirittura esordire in Serie B. Devo molto a lui. Così, a fine campionato squilla il telefono del mio agente Roggi: era Moggi, la Juventus, un sogno! Non avevo nemmeno vent’anni, ero intimorito anche solo all’idea di allenarmi con la squadra Campione d’Italia, ma trovai ragazzi eccezionali, percependo da subito molta protezione.
Peccato che la buona sorte decida di voltarti le spalle.
Dopo venti giorni di ritiro presi un’infezione ai reni, rimasi in Ospedale due mesi, poi iniziò il mio calvario. Ricominciai ad allenarmi ma avevo perso molto peso, la riabilitazione fu lunga, iniziai con qualche panchina, poi a maggio il patatrac: mi ruppi una gamba in uno scontro in allenamento con Filippo Inzaghi, tra lo sconforto di entrambi.
Un colpo ferale, ma la gavetta è nel tuo destino.
Come il gioco dell’oca ricominciai da capo, dall’Ancona. Ricordo allenamenti folli per riassaggiare il gusto della Serie A. In mente avevo solo quell’obiettivo, tanta fame e quella forza del carattere ereditata da mio padre. Fu quella la chiave, unitamente al talento. Notavo i progressi e, dopo tre stagioni di C e due di B, tornai nella massima serie, quando tutti mi davano per finito. Una soddisfazione immensa!
185 gare in Serie A, oltre 300 includendo la B: una gioia e un rimpianto?
Il giorno dell’esordio in Serie A è stato come toccare il cielo con un dito, un premio per gli sforzi fatti dopo sopportazioni e umiliazioni patite. Il momento più brutto è stato lasciarla, il veder cadere tutti i sogni. Sapevo che stava cominciando il mio tramonto.
36 anni era l’età giusta per smettere?
Il mio fisico non ce la faceva più: ebbi un problema all’adduttore che me ne causò di ulteriori alla schiena. E poi la mia idea era di cominciare ad allenare il prima possibile.
Chi ti ha messo questo tarlo in testa?
Quando hai maestri del calibro di Gasperini, Ranieri, Guidolin, Zeman e Giampaolo, la risposta è semplice. Amavo giocare, ma mi sono sempre interessato a tutte quelle dinamiche che fanno da contorno al rettangolo verde. Adoro l’idea della vittoria di squadra, mi emoziona vincere così. In particolare, ogni fine allenamento, con mister Giampaolo, mi riportavo i compiti a casa, rielaborando i suoi appunti. L’allenatore ha una precisa responsabilità nella crescita dei ragazzi, anche verso le famiglie, ma ne ho avuti anche alcuni che se ne fregavano.
Quali differenze individui tra il lavoro tattico difensivo e quello offensivo?
Il primo è pura organizzazione, il secondo è una fusione tra talento e qualità.
Da quale tecnico europeo attingeresti?
Nagelsmann, giovanissimo allenatore della favola Lipsia. Sfruttai l’anno sabbatico prima di cominciare la carriera di tecnico, facendo uno stage da lui, in Germania. Mi colpirono da subito la grande aggressività, il gioco in verticale e la costruzione dal basso.
Come nasce il tuo rapporto con l’attuale vice Guana?
Mi ricordavo di lui da calciatore, abbiamo iniziato a lavorare insieme a Forlì ed ho avuto la piacevole conferma che è un ragazzo speciale. A Teramo, comunque, il Ds Federico mi ha messo a disposizione uno staff di alto livello.
Cosa ricordi dall’ufficializzazione del 21 agosto scorso?
Entrare nel nostro splendido impianto è stata già un’emozione. Mi sono sentito un allenatore vero. E poi il primo discorso fatto alla squadra: è cambiato il mio modo di comunicare, mi sono sentito da subito più libero di esprimere le mie idee, avendo di fronte ragazzi che vogliono far carriera. Vivo al 100% con loro, per loro.
Il tuo bilancio quadrimestrale?
Sicuramente positivo, vista la complicata situazione iniziale. Lavoro in un ambiente sano, con un Presidente fantastico e persone splendide. Il successo dipende dal dare il 100% e non sempre è possibile. Ma che emozione l’esordio con il Palermo!
Se i miglioramenti nel gioco offensivo non dovessero garantire alla squadra un rendimento elevato, saresti pronto a passare alle tre punte?
Non è una questione di numeri: giochiamo praticamente con quattro punte, perché i nostri esterni sono attaccanti aggiunti. La fase di possesso è buona, come la costruzione dal basso, ma siamo un po’ indietro negli ultimi trenta metri, anche se sono convinto che ai nostri attaccanti manchi poco per sbloccarsi.
Nello sport conta più l’energia fisica o mentale?
Sono parimenti importanti: la forza mentale in certi momenti fa la differenza, ma l’una non vale senza l’altra.
Un allenatore è spesso un uomo solo…
Amo assumermi le responsabilità, non riuscirei a stare in un ambiente in cui non decido io. Nella solitudine riesco a concentrarmi maggiormente, ma amo anche la condivisione per massimizzare il potenziale con lo staff. Mi piace il ruolo del tecnico, ancor di più adoro lavorare sulle performance dei giocatori, mentre digerisco malvolentieri la mancanza di lealtà che a volte si trova in quest’ambiente.
Difensore roccioso in campo, animo gentile fuori: dottor Jeckyll e Mister Hyde?
La mia filosofia calcistica richiede aggressività e contatto fisico, quindi devi essere Mr Hyde, com’ero io in campo quando mi trasformavo; da allenatore, invece, ho dovuto imparare a gestire la rabbia e rimango dottor Jekyll. Ho lavorato tanto per capire i miei limiti, per questo riesco ad essere più equilibrato.
Come preferisci passare i rari momenti liberi?
Sono davanti alla mia compagna Chiara, non potrei sbagliare risposta. È paziente nel sopportarmi, oltre ad essere molto brava tra i fornelli.
A proposito, in cucina sei…
Solo assaggiatore. Apprezzo la semplicità, la preparazione non elaborata, sfruttando il retaggio da calciatore. Certo, gli arrosticini sono sempre invitanti…
Se fossi un musicista saresti…
James Hetfield, il leader dei Metallica, sarei aggressivo come lui sul palcoscenico. La musica è una forma d’arte, una visione.
Se fossi uno scrittore…
Shakespeare, leggo prevalentemente libri di psicologia per migliorarmi.
La tua meta indimenticabile?
Estate 2015. Appena smesso di giocare, sono partito con la mia compagna per coronare il sogno della California. Un viaggio di tre mesi all’insegna del divertimento e dell’apprendimento: ho studiato l’inglese e affinato la preparazione fisica.
Se invece viaggiassi con la fantasia, dove vorresti essere a maggio 2021?
Il sogno è che possa presto finire questo incubo. L’altra sera ho visto la pubblicità del vaccino anti-Covid, mi sono emozionato. Sarebbe bello arrivare a maggio e vedere il “Bonolis” pieno per giocarci le nostre chance.
Sai che nel 1985/86 il Teramo di Rumignani fu promosso senza un goleador (miglior marcatore il centrocampista Da Re con 9 reti, ndr)?
Devono combinarsi tanti elementi. Il calcio racconta queste storie e appassiona milioni di persone, per questo tutti dovrebbero inseguire un sogno, perché non è detto che non si possa arrivare…
 
LA CURIOSITA’
Il 9 novembre 1997 è la data del debutto in Serie B di Massimo Paci (in campo dal 79’) con la maglia dell’Ancona, nella sfida casalinga con il Verona (0-0). I dorici sono allenati dal giuliese Francesco Giorgini, cui subentrerà Franco Scoglio, con cui Massimo diventerà titolare inamovibile.
L’estate successiva si materializzerà il passaggio di Paci alla pluri-titolata Juventus di quegli anni. I bianconeri di Lippi hanno appena vinto il loro venticinquesimo Scudetto e la seconda Supercoppa Italiana e, appena due anni prima, la seconda Champion’s League. In rosa tanti allenatori attuali: da Ferrara a Montero, da Conte a Filippo Inzaghi, da Deschamps a Zidane, che proprio nel 1998 si aggiudicherà il Pallone d’Oro. Eppure quell’annata, senza titoli e con un abulico settimo posto, simboleggerà la fine del vittorioso ciclo bianconero degli anni Novanta, con tanti addii illustri.

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