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Riccardo Cantarini. I muscoli del Diavolo
Riccardo Cantarini. I muscoli del Diavolo

Giovane, preparato, con la voglia di arrivare lontano. Sembra questo l’identikit del Diavolo 2020/21 e non ne fa certo difetto il preparatore atletico Cantarini, che ha fatto la naturale gavetta proprio in biancorosso dal 2015, sulle orme di suo zio Valentini. L’iniziale passione di famiglia per la palla a spicchi è stata superata nel tempo da quella per lo sport nazionale, una scelta di vita che lo ha già portato all’esordio tra i Cadetti a Pescara sotto la gestione Legrottaglie, prima del Teramo 2.0. 

Chi era Riccardo Cantarini da ragazzo?
Ho sempre vissuto a Silvi Marina. Da subito ho avvertito un sentimento radicato per lo sport, culminato poi con l’iscrizione al Liceo Sportivo a Città Sant’Angelo e con le prime esperienze lavorative nel settore.
La tua prima passione sportiva?
Vado controcorrente, sono cresciuto in una famiglia in cui mi è stato inculcato l’amore per la palla a spicchi, essendo stato mio padre Leone un dirigente del Silvi Basket. Ricordo che da piccolino mi portava a vedere le partite e mi sono avvicinato attivamente alla pratica nel ruolo di playmaker: la mia era una regia improntata sulla corsa, abbinata ad un gioco intenso. Pian piano, però, il calcio ha preso il sopravvento e da 14 anni in poi andavo a vedere il Pescara con i miei coetanei.
Il tuo idolo?
Ottavio Palladini era un leader in campo, per un preparatore atletico il suo dinamismo risaltava. La sorte, peraltro, ha voluto che lo incontrassi in altre vesti a Teramo (subentrando da tecnico nel 2017/18, ndr), entrando subito in sintonia, tanto che successivamente mi portò con sé a Vasto. Sono quelle cose che sembrano sogni irrealizzabili, invece…
Dalla teoria alla pratica il passaggio è stato consequenziale?
Il Liceo mi ha dato un’idea da perseguire con forza, mi sono successivamente laureato in Scienze Motorie a Chieti in anticipo, tanta era la volontà di cominciare a lavorare e di farne una scelta di vita.
E tuo zio è una vecchia conoscenza calcistica teramana, vero?
Certo, è Leo Valentini. Il suo contributo è stato fondamentale nel fornirmi indicazioni appropriate per iniziare quest’attività, apprendendo i segreti del mestiere. Sotto la sua guida ho collaborato presso la palestra Interamnia e contemporaneamente con il Silvi Calcio, in Promozione: correggendo i miei errori ho fatto esperienza.
Eccoci arrivati alla prima fase biancorossa…
Ho iniziato nelle giovanili con mister Scervino nel 2015, quindi il passaggio in prima squadra occupandomi di riatletizzazione dei calciatori post-infortunio dietro a Vincenzi prima e Perazzolo poi: avevo praticamente il compito di ricondizionare i giocatori da un punto di vista atletico.
Poi hai deciso di metterti in proprio?
Conseguii l’abilitazione a preparatore atletico professionista, mi sentivo pronto sotto tutti i punti di vista.
Dolci ricordi a Coverciano…
Era uno step fondamentale, un test cui partecipano 400 persone per 40 posti ogni anno. La mia tesi? “L’alta intensità nel gioco del calcio”.
Sembra un richiamo perfetto per il Teramo attuale…
Con il mister Paci è nato un rapporto splendido sia dal punto di vista umano che professionale. Ho subito condiviso il suo credo, mi ha dato indicazioni sulle quali basare il lavoro, ci siamo trovati. La squadra riflette sempre il carattere del suo allenatore, l’aspetto tecnico-tattico influenza molto quello fisico, perché una squadra corta riesce a correre bene, cioè meno, ma in maniera più produttiva. Quando ci sono numerose accelerazioni e decelerazioni su spazi brevi, vuol dire che le corse sono efficaci. Abbiamo lavorato sul modello di prestazione, studiando la gara per riprodurre in maniera prossima gli allenamenti. Ed i dati forniti dai Gps sui nostri ragazzi ci lasciano molto soddisfatti.
Chi è il più potente dati alla mano?
Bombagi per la forza, Diakite per la velocità, Arrigoni, Piacentini e Santoro nella resistenza.
Prima del Teramo 2.0, però, c’era stato il doppio salto in prima squadra a Pescara. Ci racconti come andò?
Iniziai quella stagione nell’Under 17, ma conobbi Legrottaglie che guidava la Primavera e si originò da subito una stima reciproca. Un lunedì qualunque ero a casa quando mi chiamò il direttore Geria, invitandomi a raggiungerlo subito in sede: quando arrivai, con mia somma sorpresa, c’era la dirigenza al gran completo ad attendermi ed il mister aveva fatto il mio nome. Morale: dall’Under 17 mi ritrovai catapultato in Serie B, con esordio vittorioso alla “Dacia Arena” contro il Pordenone, incredibile vero?
Come sta cambiando il lavoro di un preparatore atletico?
In primis bisogna capire velocemente la metodologia di lavoro del mister e, di conseguenza, la risposta che ne consegue a livello fisico sui calciatori, quindi il mio compito è completare l’operato modulandolo. Prima si lavorava per reparti, oggi si parla giustamente di lavoro integrato.
Un professionista cui t'ispiri?
Mi sento spesso con il prof. De Bellis (prep.atletico del Genoa, ndr) che mi ha colpito per preparazione, umiltà e carisma. Nonostante la sua esperienza è di una disponibilità squisita.

Per la prima volta sei partito dall’inizio in una società “Pro”: un tuo mini-bilancio dal 23 agosto?
Sono soddisfatto di come si lavora, dell’applicazione mostrata dai ragazzi, sempre estremamente professionali, i complimenti vanno elargiti a loro.
In un ritiro si cerca di evitare in primis eventuali infortuni muscolari e da questo punto di vista è andata bene. E' sicuramente importante arrivare alla prima di campionato con una squadra non appesantita.
“Partir forte” o “uscire in primavera” equivale a cosa?
Ad una leggenda metropolitana! Non ci sono principi scientifici e fisiologici, la nuova frontiera è lavorare, bene, sempre. Non serve effettuare carichi di lavoro pesanti per avere più benzina in seguito: a pagare è solo la continuità.
I tuoi ricordi indelebili?
Il salvataggio di Caidi sulla linea nel playout con il Lumezzane e, appunto, l’esordio in cadetteria alla “Dacia Arena” con il Pescara, quando ho toccato il cielo con un dito.
Il tuo piatto preferito?
Non sarà un alimento sanissimo, ma dico cotoletta alla milanese con patate fritte, ogni tanto ci si può togliere uno sfizio! Ho la passione per la cucina, vivo da qualche anno con la mia ragazza Ilaria e, da buon silvarolo, proporrei a cena una spigola o un’orata, rigorosamente al forno.
La medicina è protagonista in famiglia…
Sì, mia madre Lucia è cardiologa ad Atri e chiaramente spingeva affinché seguissi la sua strada, ma per fortuna c’è mia sorella Eleonora che l’ha accontentata, mentre Francesca è laureata in Lingue.
Come vivi l’emergenza sanitaria?
Dall’inizio della pandemia mia madre mostrava preoccupazione, anche per la situazione complicata presente nel reparto covid all’Ospedale di Atri. Dovremo conviverci per un po’, usando tutte le precauzioni del caso, almeno fino all’uscita del tanto atteso vaccino.
Sei sempre stato un patito dell’esercizio fisico?
Sin da adolescente, compatibilmente con i crescenti impegni lavorativi, in forza dei quali ormai alleno più gli altri che me stesso (ride, ndr). D’estate cerco di recuperare con il beach volley.
Il tuo sportivo da emulare?
Bolt e Nadal: esprimono valori di forza e velocità incredibili.
Un messaggio finale?
A Teramo sto benissimo e grazie alla società lavoro nelle migliori condizioni: ho trovato un ambiente con una struttura di categoria superiore, dal Ds Federico che mi ha voluto qui, a tutto lo staff dei vari settori fino ai magazzinieri. Spero possa essere un trampolino di lancio per le mie ambizioni.

LA CURIOSITA’
Più che un figlio d’arte, possiamo definirlo un…Nipote d’arte.
Lo zio di Riccardo Cantarini, infatti, è Leo Valentini, ex preparatore atletico del Teramo Calcio in Serie C, in una prima fase, dal 1987 al 1989, nelle Giovanili, quindi sotto la gestione di Romy Malavolta in prima squadra: nel 1999/2000 con la coppia Graziani – Pruzzo (playoff persi con il Rimini), quindi nel famoso biennio 2001-2003 con mister Zecchini, condito dallo storico ritorno in C1 a 14 anni di distanza, con la successiva semifinale playoff per la B persa con il Martina Franca. Dal 2003 al 2005, infine, è stato responsabile rieducazione calciatori della prima squadra. Ora tocca al nipote...

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