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Sandro Federico. Maratoneta in campo e nella vita
Sandro Federico. Maratoneta in campo e nella vita

Canadese d’origine, abruzzese d’adozione, amante della corsa. Il Ds Federico vive la sua quarta stagione ed il miglior avvio in biancorosso dopo aver scoperto talenti come Mancuso, Gyasi e Spinazzola su tutti. Con la numero 7 sulle spalle, sulle orme del suo mito Lentini, ne ha percorsi di chilometri e non a caso oggi si rivedrebbe in Santoro. Se in campo imperversava sulla fascia, però, in famiglia a dominare sono le donne: tre più il Golden retriever Zara. Un sogno? Tornare a New York a 25 anni dalla sua luna di miele, magari abbinandoci la…Maratona!

Qual è il bilancio del calciomercato andato in archivio?
Complicatissimo! D’altronde se vediamo che il Real Madrid non ha preso praticamente nessuno o la Juventus che ha acquistato Chiesa in cinque rate, la dice lunga su come si risenta inevitabilmente del lockdown e del covid. Siamo ben consci che sarà un’annata particolare, anche in Serie C.
E quello biancorosso?
Sono soddisfatto: abbiamo abbassato il monte ingaggi, inserito qualche prospetto interessante, sempre rispettando l’idea di avere giovani di proprietà. La rosa attuale è molto competitiva ed equilibrata, una base solida con tante conferme di ragazzi di spessore.
Quale colpo ti ha soddisfatto in questa sessione?
Non ho rimpianti, è stato un mercato ragionato ed oculato. Diakite ci sta dando grandi soddisfazioni e, dopo Salim, l’impatto di Di Francesco è stato straordinario.
…E nella tua carriera?
Mancuso lo portai alla Sambenedettese da svincolato, si allenava sotto casa dopo annate complicate e in rossoblu esplose con oltre 20 gol. Spinazzola (Roma, ndr) lo portai a Siena prelevandolo da un club dilettantistico marchigiano. E poi Gyasi (ora in A con lo Spezia, ndr) preso a Carrara quando il Torino non credeva più nelle sue qualità e Gnahorè, ora in Francia (in Ligue 2 con l’Amiens, ndr).
A proposito, quando nasce l’idea di esercitare il ruolo di Ds?
È venuta per caso: avevo 33 anni, giocavo nella Jesina e nel contempo lavoravo in un’importante azienda cittadina, con a capo proprio il Presidente dei leoncelli. Mi arrivò la proposta del patron Angeloni, che avevo avuto ai tempi dell’Avezzano e che era a capo della Valle del Giovenco. Lo ringrazierò per sempre: quell’anno conobbi il suo socio Lombardi Stronati che, dopo aver ottenuto la promozione in C, mi portò a Siena. Il resto è storia recente, anche se…
Prego…
Nel 2012, al secondo anno nella Juventus, Paratici mi fece pervenire via mail una proposta concreta per seguirlo, poi però preferì dirottarmi a Carrara con Buffon Presidente, ma trovai un ambiente non ancora pronto per una stagione di livello. Quello rimane il vero rammarico, sarebbe un sogno riprendere quel filo interrotto.
Quarta stagione a Teramo: senti questo nuovo progetto ancor più tuo?
Assolutamente sì, perché in qualche modo, seppur in grande condivisione con il Presidente ed il GM Iaconi, sono entrato di più nelle scelte aziendali.
Quando hai conosciuto Paci la prima volta?
Qualche anno fa me lo presentò un amico in comune, e da lì ho iniziato a seguirlo, prima a Montegiorgio, poi a Forlì. Ci siamo rivisti più volte per capire i metodi di allenamento. Tra i tanti emergenti su cui avrei potuto puntare, ho ritenuto che Massimo potesse avere le caratteristiche giuste a livello tecnico, tattico e caratteriale, rispetto al momento storico vissuto dal Teramo.
Quale aspetto ti ha maggiormente convinto?
In più partite ho apprezzato l’atteggiamento e l’aggressività delle squadre, il suo modo di porsi in panchina. Penso sia un predestinato, perché credo abbia anche l’umiltà giusta per migliorarsi.
A chi ritieni possa assomigliare nella guida tecnica?
È il nostro Jurgen Klopp, per principi di gioco, come motivatore e per il rapporto speciale che riesce a creare con i calciatori.
Cos’è cambiato rispetto al recente passato?
Il mister ha portato normalità, umiltà, entusiasmo e passione, elementi che riesce a trasmettere con assoluta spontaneità. Probabilmente avevamo tutti bisogno di una figura del genere.
C’è un calciatore in rosa che assomiglia a Sandro Federico?
Per spirito combattivo e maturità potrei rivedermi in Santoro, ma il calcio è stato stravolto in questi decenni: una volta i giocatori di fascia avevano meno qualità e più temperamento. Io ero una via di mezzo tra un terzino ed un’ala, più portato per la fase difensiva, nonostante la “mitica” maglia numero sette che mi ha accompagnato in tutta la carriera. Da ragazzo, poi, mi piaceva da impazzire Gianlugi Lentini.
E nella nostra cantera su chi punteresti?
In Surricchio, classe 2006, centrocampista centrale di qualità e fisicità, intravedo una carriera luminosa. È già richiesto da club prestigiosi come la Roma.
Qual è la tua ipotetica griglia di partenza nel girone C?
Dividerei il lotto in due fasce: il Bari è la super favorita, un gradino sotto inserirei Teramo, Ternana, Avellino, Catanzaro, Palermo, Catania, Juve Stabia e Monopoli.
Lapalissiano chiederti il tuo hobby…
La corsa! Ho fatto la maratona di Roma con una scommessa tra amici, un’esperienza fantastica da ripetere. Quella di New York è più di un’idea, tutti i podisti rivendicano quel sogno, anche se mi ritengo fisicamente adattato ma dotato di una buona resistenza.
Maratona metafora della vita?
È un insegnamento, una palestra, perché lungo il corso dell’esistenza si vivono momenti delicati: 42 km sembrano infiniti, superi i tuoi limiti, ma se resisti è una gioia straordinaria.
La meta indimenticabile?
L’obiettivo è di rivedere New York per il mio venticinquesimo anniversario di matrimonio, magari abbinandoci la maratona. È un fioretto fatto con mia moglie Maria Paola: tornare a Ground Zero stavolta anche con le mie figlie Alice ed Alessandra, è il nostro sogno.
Che tipo di padre sei?
Sono sempre stato presente nonostante gli impegni, ho accompagnato le mie figlie in ogni passaggio della vita. Adesso sono indaffarato con le guide per la patente di Alessandra. E poi c’è la terza figlia, Zara, un Golden retriever che rappresenta un’anima speciale per noi.
In cucina sei chef o passi?
Mi siedo clamorosamente, ho avuto la fortuna di avere cuoche provette come mia moglie e mia suocera Marianna: i suoi gnocchi al pomodoro sono fantastici!
Le origini non si dimenticano…
Sono nato a Toronto perché mio padre è emigrato lì per un decennio, ma a quattro anni avevo già lasciato il Nord America. Il destino ha voluto che ci tornassi con una rappresentativa Allievi abruzzese, dopo aver superato tutte le altre regioni italiane: Toronto era il premio. A 16 anni, pertanto, rividi i miei parenti e ricevetti una proposta per rimanere al College. Non me la sentii…

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