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Matteo Piacentini. Il (bianco) rosso nel destino del "Piace"
Matteo Piacentini. Il (bianco) rosso nel destino del "Piace"

Cresciuto (anche calcisticamente) nella terra dei motori, tra Maranello e Fiorano, al fianco di due fratelli che adora, il ventenne centrale scuola Sassuolo con il mito di Ramos, ha voglia di pigiare sull’acceleratore e recuperare il terreno perduto, mostrando un’innata maturità e un pieno senso di responsabilità: come nella cura dell’alimentazione, nella non convenzionalità dei viaggi e nel futuro professionale già tracciato.
 
Per uno residente a Maranello, come prevale la passione calcistica su quella automobilistica?
Sono estremamente appassionato dai motori e non potrebbe essere altrimenti, avendo mosso i miei primi passi “pallonari” tra Maranello e Fiorano. Qualche volta ho approfittato degli “Open Day Ferrari” per godermi il tour, dalla gestione sportiva al reparto corse, un‘esperienza davvero unica!
Un sogno a quattro ruote?
Presto attenzione all’aerodinamica della vettura, prediligo le auto sportive, accompagnate da un bel motore, ma sono un semplice neo-patentato. Il mio miraggio si chiama Lamborghini: adoro le sue linee aggressive e squadrate, ammetto di preferirla alla “rossa”.
A proposito: appassionato di Formula 1?
La seguo costantemente, anche in trasferta tramite Sky Go: Monza e il Bahrain, invece, sono stati gli ultimi gran premi visti da vicino. Le gesta dei miei quasi coetanei Verstappen e Leclerc (entrambi classe 1997, ndr) non mi passano inosservate: il primo ha uno stile di guida molto aggressivo, s’infila anche dove non si potrebbe, mentre il secondo è più ragionatore, ma estremamente regolare e fortissimo mentalmente, qualità secondo me innate.
Dai motori al pallone il passo è breve…
Ho cominciato a soli 5 anni nel Maranello, iniziando a dare calci ad una sfera e non agli avversari. Si sa, però, che le amicizie fanno la differenza in quel periodo di vita e così passai al Fiorano per quattro stagioni, prologo al grande salto nel Sassuolo.
Merito di chi?
Non l’ho mai saputo, ma ero a conoscenza del fatto che fossi monitorato. Fu così che un’estate chiamarono i miei genitori e mi proposero un provino: avevo 11 anni e li convinsi, facendo tutta la trafila giovanile regionale e nazionale con la squadra neroverde, ma senza esordire in prima squadra.
Il ruolo dei genitori.
Hanno sempre alimentato il mio sogno, supportandomi nei momenti delicati e non ostacolandomi in alcun modo. Teramo è stata, peraltro, la mia prima esperienza fuori casa: all’inizio è stata dura, in un ambiente totalmente differente, lontano dai cari e dagli amici.
Una famiglia numerosa e sportiva, la tua.
Siamo quattro maschi, un problema per mia madre (ride, ndr). Mio padre ha giocato a calcio soltanto a livello dilettantistico, i miei due fratelli praticano discipline sportive diverse: il più grande, Andrea, ha la sindrome di Down, ma corre con la FISDIR (Federazione Italiana Sport Disabilità Intellettiva Relazionale) partecipando anche ai recenti Mondiali di Madeira in Portogallo, la stessa isola di Cristiano Ronaldo, mentre il più piccolino, Luca, gioca a calcio a Maranello. E devo aggiungere una cosa…
Prego!
Il rapporto con mio fratello maggiore si è affinato nel tempo ed ora è bellissimo. Ritengo che la piena immersione nella pratica sportiva lo abbia migliorato emotivamente e responsabilizzato: è più solare, ora si sente più integrato nella società. Sì, lo sport può essere un veicolo magico di inclusione.
Il tuo idolo?
Sergio Ramos. Facile spiegare il motivo: il suo stile di gioco, la personalità con cui comanda non solo l’intero reparto ma tutto il team, la leadership da vero Capitano. Oltre a mostrare quell’estro acrobatico che è una rarità per i difensori.
L’evoluzione del tuo ruolo.
Ho cominciato come centrale di centrocampo nel Fiorano, avevo anche il capello lungo come Viero, un po’ gli assomigliavo (ride, ndr). A 15 anni sono passato nella linea difensiva: mi sono adattato rapidamente.
L’attaccante più complicato da marcare?
Ai tempi della Primavera mi ha colpito più Sottil (ora nella prima squadra viola, ndr) di Zaniolo. Perché? Aveva uno strappo notevole, un cambio di passo che dava dieci metri a tutti, semplicemente di un’altra categoria.
Gli insegnamenti tratti nel Sassuolo?
Educazione e rispetto in primis, oltre alla scuola. Mi sono diplomato allo Scientifico – Scienze Applicate a Sassuolo. Credo nello studio: per questo mi sono iscritto in un’Università telematica, la Uni San Raffaele in Scienze Motorie. Non mi dispiacerebbe, un giorno, diventare fisioterapista.
Riavvolgiamo il nastro alla seconda parte della stagione scorsa.
La pubalgia mi ha tenuto fermo a lungo. Sono andato a curarmi prima a Cesenatico in un centro specializzato, quindi a Bellaria, rinforzando addome e adduttori. Non è mai mancato il sostegno del mio procuratore Pagliari e di colui che posso definire il mio mentore, Ferrari, con cui, nonostante la netta differenza di età, ci siamo subito trovati, lui che per tanti anni è stato osservatore di società di spessore.
In quale aspetto ritieni di dover migliorare?
Tecnico sicuramente, e poi nell’eccessiva irruenza che mi costa diverse ammonizioni evitabili.
Dalle foto emerge un grande piacere: il viaggio.
Sì, ed è merito dei miei genitori. L’ultimo realizzato insieme è stato in Trentino la scorsa estate. In precedenza, oltre a Dubai e Kos, la Giordania è stato il più affascinante: mi ha colpito molto Petra, la città rosa scolpita nella roccia. D’altronde non sono un tipo da Riviera: se non abbinassi ai momenti di relax qualche escursione o visite a tema, uscirei pazzo.
La tua playlist?
È varia: da Salmo a Ultimo, passando per la riscoperta di Lady Gaga e, relativamente al passato, Queen e Acdc.
Come passi il tempo libero?
Su due aspetti mi ritengo maniacale: la cura del fisico e l’alimentazione, seguita da un nutrizionista personale. Nei rari momenti liberi mi sfogo con partite all’ultimo sangue alla play con Fifa 20: devo ammettere che Viero dà la paga a tutti!

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