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Domenico Mungo. L'Abruzzo nel destino
Domenico Mungo. L'Abruzzo nel destino

Qualità e temperamento non fanno certamente difetto alla mezzala biancorossa ma di fede rossonera che, a soli 26 anni, ha già superato il traguardo delle 200 presenze professionistiche, conquistando una fantastica promozione in B in rimonta a Cosenza. Due mesi fa ha (ri)scelto una terra che gli ha lasciato soddisfazioni indelebili, sperando nel…Fato

A poco più di due mesi dall’annuncio ufficiale, come ti trovi a Teramo?
Molto bene a livello personale, rammaricato invece per la nostra situazione di squadra.
Hai festeggiato da poco le 200 presenze tra i “Pro”…
Non lo sapevo, è sicuramente un bel traguardo, anche perché raggiunto ancora in giovane età ed offrendo sempre il mio contributo in qualsiasi team.
A 26 anni ti senti nel mezzo del cammino della vita di un calciatore?
Speriamo di no (ride, ndr)! Mi piacerebbe smettere il più tardi possibile, perché il mio lavoro è anche una grande passione che amo visceralmente. E poi, in fondo, è dopo i trenta che si raggiunge l’effettiva maturità!
Chi era Mungo nella natìa Castelnovo ne’ Monti?
Sono nato lì perché mio padre lavorava in un’impresa edile, ma i miei genitori sono calabresi di Isola Capo Rizzuto. Sono comunque affezionato a Castelnovo, un paese tanto carino quanto tranquillo, vicino Reggio Emilia, che mi ha cresciuto fino a cinque anni fa. I miei due fratelli sono ancora là, mentre mia sorella vive a Catanzaro.
Qual è stata la scintilla che ha fatto scoccare la tua passione calciofila?
L’emulazione per i miei fratelli più grandi e poi l’incrollabile fede rossonera che ha pervaso l’intera famiglia. Mio padre è il primo appassionato del Milan e, da piccolini, ci portava spesso a “San Siro”. Lui è stato il primo a credere in me: smetteva di lavorare per portarmi a Parma ad inseguire un sogno, facendo tanti sacrifici per me. Non potrò mai dimenticarlo. Ora non si perde una partita del Teramo.
La tua formazione parmense?
Sono stato lì dai 9 ai 16 anni, il merito fu dell’allora Ds Zamagna che mi vide in un torneo a Reggio e mi portò in gialloblu.
Primo prestito e primo successo a Piacenza.
A 16 anni avevo già voglia di calcio vero. Ricordo che vincemmo il campionato di Eccellenza con mister Franzini (ora al Piacenza, ndr) in panchina, con cui sono tuttora in ottimi rapporti: nel suo 4-2-3-1 facevo l’esterno d’attacco.
L’Abruzzo nel destino: Chieti la tua rampa di lancio?
Sembrerebbe così: d’altronde in neroverde segnai il primo gol tra i Pro (Chieti – Martina Franca 4-2, ndr) che ritengo peraltro essere il più bello in carriera. Con De Patre in panchina e che mi conosceva perché allenatore delle giovanili del Parma, arrivammo fino alle semifinali playoff, superati solo da L’Aquila. All’“Adriatico” di Pescara, invece, a giugno 2018, vincemmo la finale playoff contro il Siena. È vero, sembra portarmi bene questa regione…
Cosa non funzionò nel primo assaggio cadetto a Perugia?
Semplice: in Umbria mi portò Lucarelli, ma fu esonerato prima dell’esordio in campionato: a gennaio andai a Viareggio, sempre con lui come guida tecnica e, tanto per non perderci di vista, l’ho seguito anche a Pistoia. Sì, con lui e il suo secondo Conticchio, c’è sempre stato un bel feeling.
Il biennio arancione ti ha rimesso in vetrina.
Due annate complicate a livello di risultati, con altrettante salvezze guadagnate all’ultima giornata, ma personalmente andò alla grande, avendo siglato dodici reti, da mezzala o regista puro.
Quell’estate avevi altre opportunità oltre Cosenza?
La corte del Pordenone fu assidua, fino al giorno della firma in Calabria, ma d’altronde avevo già dato la parola all’allora Ds dei lupi Cerri.
Raccontaci l’emozione della rimonta promozione in Calabria.
Iniziammo raccogliendo una miseria: due punti in cinque gare, con annesso esonero di Fontana. Il suo successore, Braglia, mi arretrò a mezzala e ci condusse verso un’incredibile rimonta fino al quinto posto, poi ai playoff andavamo letteralmente al doppio degli altri e ne vincemmo sette su nove, fino alla finalissima dominata con il Siena. Avevamo pochi concetti di squadra, ma decisamente efficaci: ci difendevamo bene e ripartivamo a mille, con un attacco, composto da Tutino e Perez, che non offriva punti di riferimento.
T’ispiri a…
Da trequartista impazzivo per Ozil, da mezzala mi piace De Bruyne. Fin quando giocava Iniesta, però, non ce n’era per nessuno.
Il calciatore più forte con cui hai giocato?
A Perugia m’impressionava Fabinho per il suo cambio di passo, ma Tutino, ora al Verona, ha proprio il fisico da calciatore di Serie A, mentre mediani come Palmiero (Pescara, ndr) ne ho visti pochi.
Sei un jolly della mediana, ma…
Premesso che ho interpretato tutti i ruoli del centrocampo, preferisco fungere da mezzala.
Il calcio consente amicizie durature?
Non con tutti: da Calamai a Palmiero, dall’attuale Capitano del Cosenza Corsi al teramano Pepe (ora al Pineto, ndr): sì, quando firmai due mesi fa, fu uno dei primi a scrivermi.
Sono maggiori le difficoltà di questo girone o le vostre responsabilità?
Secondo me è proprio un girone di ferro, molto più complicato di quello di due stagioni fa: ci sono tanti club che puntano in alto, ma rimango convinto che il lavoro sia l’unica cosa che conti davvero per migliorarsi.
Quale ingrediente occorre per rivedere il miglior Mungo?
Io sto bene, ma non vinco le partite da solo, questo è chiaro. Quando tutti staremo meglio, aiutandoci a vicenda per novanta minuti, allora saremo più continui anche nel rendimento.

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