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Francesco Bombagi. Maturità sardo-catalana
Francesco Bombagi. Maturità sardo-catalana

Un avvio al fulmicotone con due autentiche prodezze…
Sono contento di aver ripagato la defaillance di Catanzaro (rigore parato, ndr), ma lo sarei stato di più se fossero diventate due vittorie. Le punizioni, in particolare, le ho sempre calciate, ma l’anno scorso a Pordenone era Burrai il tiratore scelto.
I tuoi primi trent’anni: il personale bilancio a tutto tondo?
Ho sempre lavorato al massimo delle mie possibilità per migliorare costantemente, provando ad arrivare il più in alto possibile con il sacrificio, affinando pregi e difetti. Certo, con qualche infortunio in meno…
Per merito di chi hai cominciato ad inseguire il tuo sogno?
Sin dalla tenera età. La mia passione è sempre stata questa, ma per un sardo c’è un problema in più.
Quale?
La mia terra è scomoda per gli osservatori, non è semplice da raggiungere. Gli addetti ai lavori ci guardano quando andiamo in trasferta. E allora devo dire grazie a mia madre…
Ci sveli il motivo?
Quell’anno avevo appena terminato gli Allievi Nazionali e, nel mio girone, avevo siglato 40 gol. Peccato che il mio nome non circolasse lo stesso. Mia madre, allora, prese in mano le redini della situazione: chiamò le segreterie delle società di Serie A sfogliando l’album Panini e fui contattato dal Pisa dove disputai il campionato Primavera. È paradossale a pensarci, ma da lì in poi tanti direttori di settori giovanili attinsero informazioni sul mio conto. Ogni tanto mi vergogno a raccontarla, ma è andata proprio così…
C’è stata un’evoluzione del tuo ruolo in campo?
Ritengo che ognuno nasca con delle caratteristiche precise, poi c’è la capacità di adattarsi a nuove consegne, ovvio. La scorsa stagione, ad esempio, interpretavo il ruolo di mezzala più in chiave difensiva. È chiaro che da trequartista mi diverta di più, perché sono più vicino a concludere in porta, ma tutto dipende da come interpreti la mansione assegnata.
Ritieni essere la duttilità tattica il tuo lato migliore?
Nel calcio odierno la considero un pregio, specie se riesci a rivestire con profitto più ruoli.
Il calciatore più forte con cui hai diviso lo spogliatoio?
Ne cito tre: Cerci nel famoso Pisa di Ventura, Di Carmine (ora a Verona, ndr) e Missiroli ai tempi di Reggio.
Sei cresciuto sotto il segno di…
Zidane. La prima maglia che ho ricevuto è stata la sua 21. Mi ha sempre affascinato il suo essere calcisticamente completo.
L’allenatore con il quale hai costruito il miglior feeling?
Non sono un ruffiano, tendo a mantenere le distanze tra i ruoli. Chi mi ha fatto svoltare, probabilmente, è Mereu ai tempi della Villacidrese: adesso è responsabile del Settore giovanile del Cagliari.
Il punto di svolta della tua carriera e quello mancato?
Il primo in C2 con la Villacidrese, in forza del quale andai a giocare con la Reggina in B. La Juve Stabia, invece, rappresenta un’annata bella a metà: con 70 punti finimmo quarti, uscendo poi ai playoff. Avevo 25 anni e siglai 7 reti: se avessimo ottenuto la promozione, chissà…
La B come lettera dei rimpianti?
L’ho toccata quattro volte, in situazioni differenti. Terni è un capitolo a parte visto la lunga convalescenza post-infortunio; a Pisa ero giovanissimo e nel calcio di prima le regole non favorivano i giovani; a Reggio Calabria ho comunque disputato 16 partite con mister Dionigi, ma davanti avevo gente di livello come Viola e Barillà. Mi sarebbe piaciuta rifarla a Pordenone con la maturità di un 30enne, ma è un rammarico minimo. Sono contento di quanto fatto, peccato soltanto che alcune situazioni non si siano incastrate al meglio.
A proposito: il segreto della favola Pordenone?
Eravamo un gruppo ben guidato prima da Colucci e poi da Tesser (Tedino non lo ha mai allenato prima, ndr), costituito da amici che si volevano bene come fratelli: accanto a 6-7 leader storici, gli altri sono venuti dietro. Ognuno aveva in testa lo stesso obiettivo, la promozione. C’era un’energia positiva unica.
La tua nuova famiglia, una spinta in più?
È il minimo ringraziare chi mi è stato sempre vicino, anche nei momenti di difficoltà. Sono dieci anni ormai che mia moglie mi segue ovunque e da poco più di due anni siamo in tre, con mia figlia Alizee.
Bombagi e la Sardegna: da tour operator quali location consiglieresti?
Vivo ad Alghero e per me è la città più bella. È una colonia catalana, posta come un forte a ridosso del mare: sembra di stare da tutt’altra parte, difatti si parla un dialetto più vicino al catalano che al sardo. D’estate, però, vado spesso tra Villa Simius, Teulada, Chia e la Costa Verde.
Le prime impressioni di Teramo e del “Bonolis”?
Sorpreso. La prima in casa ho visto un grande entusiasmo, percependo la sete di rivalsa di un’intera città. Di Presidenti come il nostro è difficile trovarne: una semplice chiacchierata ti lascia qualcosa. Sono contento di essere arrivato qui. Lo stadio, poi, mi fa impazzire: il restyling attuato lo ha reso davvero affascinante, non sembra di giocare in terza serie, eppure qualche impianto l’ho visto in carriera.
Tra dieci anni come ti vedi?
Il mio procuratore Cicchetti, che conosco da 9 anni e cui sono particolarmente legato, mi consiglia sempre di lavorare con lui. Al momento non so davvero quale sia la strada migliore da percorrere, ma è difficile immaginarmi lontano da un pallone che rotola…

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