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Mattia Lombardo. Fede doriana...di padre in figlio
Mattia Lombardo. Fede doriana...di padre in figlio

Fermarsi a parlare con lui non è mai banale: i suoi mille interessi ti portano ad approfondire dinamiche solitamente distanti dall’essere calciatore. Figlio della funambolica ala destra Attilio, oggi collaboratore tecnico di Mancini in Nazionale, Mattia possiede innate doti da leader, come testimoniano i gradi di Capitano assegnatigli sin dal periodo delle Giovanili sampdoriane, forse dovute a quell’apertura mentale che viene donata ad ogni giramondo, acuitesi negli otto anni di pratica dal suo mental coach. E non è un caso che “Mat” stia già ragionando da allenatore, avendo preso il patentino UEFA B e trascrivendo quotidianamente sul personale block-notes le sensazioni dei suoi compagni di squadra. Il classico atleta cognitivo, insomma, testimoniato dalla duttilità sul rettangolo verde, passando indifferentemente dal ruolo di metodista a centrale difensivo, fino all’attuale tuttofascia, cucito su misura da mister Menichini. Una maglia, quella biancorossa, che sogna di indossare ancora, con l’auspicio di rivedere quel “Bonolis” vestito a festa del 2015.
 
Partiamo dalla tua Genova.
Sono molto legato alla città, crescendo tra scuola, amicizie e calcio sin dai Pulcini della Samp. La carriera di papà, tuttavia, mi ha portato ad avere un’anima da perenne viaggiatore, tra Roma, Torino e Londra solo nella mia infanzia.
Dieci città in otto anni: ti ritieni un piccolo giramondo?
Fermo restando che lo ritengo un vantaggio per una maggior apertura mentale e perché l’Italia è splendida ad ogni latitudine, è successo per un concatenarsi di motivi: in C è difficile sottoscrivere contratti pluriennali e, quando li ho avuti, è successo il cataclisma, come a Siena, Lucca e San Benedetto. Solo a Reggio Emilia sono stato per due stagioni consecutive.
Quale tra queste ti è rimasta nel cuore?
Lucca per una serie di ragioni: la vicinanza a Genova, quella fantastica annata con una salvezza insperata tra mille difficoltà e perché vi ho conosciuto la mia attuale metà Eleonora che lavora a Firenze in una multinazionale farmaceutica. Ci legano tante passioni: siamo entrambi molto sportivi, pensate che arbitrava fino a qualche anno fa, ci piace correre e vedere partite insieme, peccato per la sua fede juventina. E poi amiamo il trekking montano: di recente siamo andati sulle ciaspole con Rosso, Mordini, Rossetti, a testimonianza di una fraterna unità di gruppo.
La Sampdoria è un bene di famiglia.
Siamo tutti legatissimi ai colori blucerchiati, unici peraltro nel loro genere: mia madre e mia sorella non si perdono una partita, l’ambiente è speciale, i tifosi ti trasportano con entusiasmo e con quei cori un po’ sudamericani.
Il tuo approccio nelle giovanili.
Lo step importante l’ho compiuto tra Allievi e Primavera, quando si attua la vera selezione per ambire al professionismo. Con i primi ho avuto la fortuna di vincere uno Scudetto da Capitano, peraltro superando ai rigori, in semifinale, la Fiorentina di Guidi. Non eravamo i più forti tecnicamente, ma un’autentica mina vagante che ottenne una grande impresa. In Primavera ho disputato ottime annate, addirittura siglando dieci reti nella seconda stagione con la fascia al braccio, fino al premio dell’esordio in Serie A.
Il tuo iter è poi proseguito “solo” in terza serie.
Ho compreso in seguito che le Giovanili ti insegnano moltissimo, ma non ti formano caratterialmente. Ai giovani rammento spesso di catturare consigli dai più esperti. Ricordo che a Cremona, in una piazza dove si giocava per vincere, iniziai benissimo, poi nel momento in cui persi la titolarità, invece di focalizzarmi sul mio percorso di crescita, decisi erroneamente di andare via per giocare, ma non migliorai.
E il 26 aprile 2015 eri in campo in quel Teramo – Pontedera per 7000 anime.
Giocando l’intera partita davanti alla difesa. I ricordi sono fulgidi: stadio strapieno, atmosfera unica in una gara spettacolare. Facile dire che quei due davanti non mi lasciarono indifferente, ma anche lo stesso Amadio destò un’ottima impressione. Sarebbe un sogno tornare a riassaporare una simile platea.
E, come Rosso, sei un ex Reggiana.
Sono rimasto molto legato ad una città e ad una tifoseria fantastiche che ambiscono sempre a vincere: di quel biennio ricordo i quattromila abbonati, le semifinali play-off raggiunte, il personale cambio d’impostazione mentale. Fu Menichini a spostarmi da metodista ad esterno difensivo: segnai contro il Fano, da calcio piazzato, il primo gol tra i “Pro” e dall’approdo del mister la scalata fu inarrestabile, dal terzultimo al secondo posto.
Facendo da apripista alla tua migliore annata a Lucca.
37 presenze, 6 marcature e 5 assist, una salvezza conquistata nonostante 25 punti di penalizzazione. Società e stipendi assenti, da gennaio si creò una stupenda alchimia con la gente che ci pagava trasferte, pullman, qualsiasi tipo di prodotto: erano rimasti soltanto il team manager, la segretaria, il marketing ed il direttore Obbedio, ci tagliavamo da soli l’erba del campo per continuare a giocare. L’ultima di campionato superammo il Pontedera per 1-0 con il mio rigore: ai play-out eliminammo Cuneo e Bisceglie per una gioia indescrivibile ed un’impresa irripetibile.
Ti eri meritato una sacrosanta esperienza al piano di sopra, invece…
Non riesco tuttora a trovare una spiegazione valida. C’erano situazioni ben avviate con Venezia, Chievo, Trapani, Ascoli, ma alcuni pezzi non s’incastrarono a dovere. E siccome in Lega Pro tanti club puntavano sugli under sulle fasce, rimasi addirittura a casa fino ad ottobre, un periodo devastante per me. Ripartii da Siena nell’anno pre-covid, quindi a Monopoli con mister Scienza ero titolarissimo, prima di restare ammaliato a gennaio dall’interesse dell’ambiziosa Sambenedettese: accettai essendo in scadenza, poi sappiamo tutti come andò a finire…
Assist a parte, erano quattro anni che non marcavi visita alla voce gol.
Se mi avessero chiesto di barattare le gioie personali con questo finale di stagione, non avrei avuto dubbi, perché il risultato collettivo prevale su qualsiasi cosa.
Esame da leader superato a pieni voti, dicono…
Lavoro da otto anni con un mental coach, ci credo ciecamente ed è quello che mi ha portato ad ottenere risultati sia individuali che di squadra, leggendo ogni situazione in maniera differente, rafforzandomi interiormente. E poi la cultura famigliare alla base, gli interessi e le esperienze sportive fanno il resto. Sono già stato Capitano sia negli Allievi che nella Primavera doriana, ho preso il patentino d’allenatore UEFA B, è una peculiarità che inconsciamente ho sempre sentito mia.
Quando hai applicato questi concetti nel campionato corrente?
Dopo Montevarchi ognuno ha fatto la sua parte, definendo alcuni punti per il mantenimento della categoria: è stato un momento cruciale, così come a gennaio, quando ripartimmo dopo le goleade dicembrine. Come si dice in gergo, abbiamo rimesso la Chiesa al centro del villaggio.
Qual è il tuo bilancio in maglia biancorossa?
Sono soddisfatto perché arrivando a torneo avviato, non è mai facile inserirsi in gerarchie definite. L’infortunio iniziale non mi ha agevolato, ma ho cercato di offrire il mio contributo e la mia positività anche quando sedevo in panca, sapendo che il modo di allenarmi potesse aiutarmi e, infatti, nel momento cruciale, sono tornato protagonista.
Di Lombardo un po’ tutti hanno apprezzato l’estrema duttilità.
Sono a mio agio da tuttofascia, però il modo di giocare del mister è moderno e va al di là del sistema numerico, muovendosi in base alla palla ed allo spazio che si crea, interpretando così più ruoli durante la stessa partita.
Svelaci qualche idea da futuro allenatore.
Sono aperto mentalmente e possiedo un block-notes dove ho già trascritto alcuni concetti chiave di Guidi. In precedenza ho conosciuto Giampaolo nella Samp, trovo intrigante la sua visione. Di Simeone sposo in toto la spinta motivazionale, di Ancelotti la capacità di gestire e variare le gare in corsa, ma ammiro molto anche Klopp e Guardiola. Chiedo spesso ai miei compagni di squadra le loro sensazioni perché così, quando allenerò, conoscerò in anticipo gli stati d’animo dei miei ragazzi: mi auguro di avere dinanzi altri dieci anni da protagonista attivo, portandomi dietro un bel bagaglio di conoscenze.
Un giocatore da emulare?
Mi piacciono quelli multi-tasking: nel ruolo di esterno Hernandez (Milan, ndr) è unico nel saper giocare dentro al campo per creare superiorità numerica, uno di quelli che lo interpreta meglio. Mi piace citare anche Di Lorenzo (Napoli, ndr) per l’incredibile percorso che lo ha portato dal Matera a divenire un perno della Nazionale.
Essere figlio d’arte ti ha aiutato o complicato i piani?
Mio padre non ha mai voluto interferire mie scelte. Da un certo punto di vista è stato positivo, crescendo sia come persona che come giocatore, ma d’altro canto un maggior sostegno mi avrebbe forse facilitato. Rimango contentissimo del mio iter e di quello che sto conquistando da solo. Negli ultimi anni ci confrontiamo sovente sugli aspetti tecnico-tattici: quando non guarda le partite della Serie A per la Nazionale, essendo collaboratore tecnico di Mancini, vede le nostre, per esempio contro il Pescara mi ha fatto i complimenti, dandomi ulteriori input per migliorare.
Che idea vi siete fatti in famiglia della seconda mancata qualificazione ai Mondiali?
C’è stato un forte dispiacere che abbiamo fatto fatica a digerire. Per tre giorni non ho parlato, nemmeno nel nostro spogliatoio, dove anche Bernardotto era affranto. Rappresenta la sconfitta del movimento calcistico nazionale e spero possa dare un impulso nel dare più spazio agli italiani ed ai giovani, nel solco del modello inglese: mio padre ha lavorato per cinque anni nel Manchester City e lì percepisci una filosofia del tutto differente.
Passatempi extra-campo?
È intuibile la prima passione, poi alleno tanti hobbies, quali il trekking, la passione per i funghi tramandata da mio nonno, il golf e, solo guardandola, la Formula 1, di cui ammiro sia Leclerc che Hamilton. Consiglio su Netflix una serie apposita, “Drive to Survive”.
Il tuo saluto al popolo biancorosso.
Ci ha colpito moltissimo il grande appoggio offertoci sempre, ovunque e comunque. In tante trasferte si sentivano solo loro, ad Olbia sono stati commoventi, è una tifoseria che sostiene in maniera incessante, quando si attacca sotto la nostra Curva c’è una carica diversa. Siamo contenti di aver regalato ai tifosi il mantenimento della categoria, un traguardo forse insperato a dicembre. Il merito è davvero di tutti, anche del cane-mascotte Zac: è uno di noi, ci dà positività, gli vogliamo bene. Se ce ne sarà la possibilità, sarebbe bello ripartire insieme con questo gruppo.
 
LA CURIOSITA’
Ruoli diversi, un’unica fede, quella doriana. In casa Lombardo la Samp è un affare di famiglia: papà Attilio, dopo la gavetta nel Pergocrema, conquista la massima serie nel 1989 con la Cremonese, nello spareggio di Pescara contro la Reggina, mettendo a segno il rigore decisivo. In estate il passaggio in maglia doriana, che vestirà per 235 volte, timbrando 38 reti e conquistando anche il famoso Scudetto 1990/91, oltre a tanti altri trofei. Il 13 aprile 2014 la tradizione si rinnova, il figlio debutta in Serie A contro l’Inter di Mazzarri: a sei minuti dal termine mister Sakic lo inserisce al posto di Capitan Palumbo, mentre i nero-azzurri dilagano con la doppietta di Icardi e le reti di Samuel e Palacio. Poco male, però, perché per Mattia è il coronamento di un lungo percorso giovanile con i blucerchiati, in un “Ferraris” pieno, anche di amici e parenti, contro campioni del calibro di Handanovic, Cambiasso, D’Ambrosio, Kovacic, Milito, Palacio e tanti altri. Ricordi indelebili, anche per papà Attilio.

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