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Pierluigi Pinto. Grinta made in viola
Pierluigi Pinto. Grinta made in viola

Dopo un anno d’inattività a Teramo sarebbe venuto, parole sue, anche a piedi, a maggior ragione considerando che l’attuale guida tecnica lo ha costruito per un triennio nella cantera della Fiorentina. A lui, uomo del Sud che in Abruzzo ho ritrovato Hadziosmanovic dopo l’esperienza di Lecce, il carattere non fa certo difetto ed in maglia biancorossa sta cogliendo la ghiotta chance di ripartire dopo un periodo complicato. A 23 anni non è più il ragazzino che fronteggiava nelle partitelle Federico Chiesa, disputando con Castrovilli e Sottil la finale Primavera contro l’Inter di Pinamonti. La sua maturità si nota anche al di fuori del rettangolo verde, scoprendo la passione per la lettura, l’interesse per Pirandello, la conquista del diploma e l’iscrizione all’Università. E da buon Diavolo auspica lo Scudetto del Milan ed è impressionato dall’attaccamento della Curva Est
 
Le tue origini in una piazza affamata di calcio come Brindisi.
Da piccolo non vi nascondo che andavo a vedere le partite casalinghe con un mio amico di scuola e la madre. E ricordo l’emozione della vittoria di un campionato e del ritorno in Serie C, poi la vita mi ha portato ben presto lontano e oggi so a malapena che milita in quarta serie. Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita, anche se ho cominciato tardi, all’età di otto-nove anni, peraltro nel ruolo di portiere, nell’Academy Brindisi, poi fu mio padre a spingermi lontano dai pali ed il successivo trasferimento a Lecce mi ha definitivamente incanalato verso il mio sogno e l’attuale ruolo.
La famiglia come alleata o antagonista nel tuo iter sportivo?
Ha costantemente facilitato la mia idea, ma continuando parimenti gli studi: a Firenze ci sono riuscito solo parzialmente, faticando a conciliarli con gli impegni agonistici, poi l’anno scorso, essendo rimasto fermo, ne ho approfittato per completare il diploma economico-tecnico. E non finisce qui, perché adesso frequento un corso universitario in Scienze Motorie, per alimentare la possibilità futura di allenare, pur essendo molto presto. I miei due fratellini non sono, invece, fagocitati dal calcio, pur praticandolo.
Qual è il tassello mancante che ti porta al grande salto a Firenze?
Giocavo a Lecce nei Giovanissimi Nazionali, quando mi visionò il prof. Vergine (attuale responsabile delle Giovanili della Roma, ndr), braccio destro del Direttore Corvino, che mi portò in Toscana, facendomi crescere come uomo e atleta: a distanza di anni lo ringrazio con piacere.
Cosa ricordi del tuo approdo in Viola, in una città di storia e cultura?
L’approccio fu chiaramente negativo, sbalzato in una grande realtà e senza il supporto della famiglia. Tra l’altro ricordo di aver accusato forti dolori addominali nella prima settimana. Gradualmente le cose sono migliorate e conservo souvenir fantastici di tutto. Firenze si descrive da sola, è un posto fantastico: impossibile dimenticare il Convitto, punto di ritrovo di noi giovani, posto di fronte allo stadio “Franchi”, il ristorante “Undici leoni” con cui il club aveva stipulato la convenzione, le bistecche e le ribollite, le mie preferite. Non ho mai provato particolare piacere nel vedere le partite allo stadio, però una cosa me la ricordo bene…
Vai pure…
Si giocava Fiorentina – Juventus, non una partita qualunque e la stavo guardando in Convitto: i bianconeri erano avanti 0-2 all’intervallo con le reti di Tevez e Pogba, ma nella ripresa accadde l’imponderabile. La Viola la ribaltò con una tripletta di Rossi e la firma di Joaquin: non ho mai più ascoltato un boato simile, per un attimo ho pensato che stesse crollando qualcosa.
Hai conosciuto un’evoluzione tattica o sei sempre stato in terza linea?
Diciamo che ho ricoperto diversi ruoli per un periodo limitato. A cominciare dal portiere, una parentesi con gli amici adolescenziali, per poi ritrovarmi attaccante, quindi mediano nei primi anni salentini. Fu il mister Sandro Morello a trasformarmi in centrale difensivo, all’occorrenza esterno mancino e ho subito compreso come potesse diventare il mio habitat definitivo, perché mi piace monitorare tutto il gioco sin dalla fase d’impostazione.
Da chi traevi spunto?
Chiellini, sia in passato che nel presente, per l’atteggiamento, la concentrazione, l’abnegazione, più che per le qualità tecniche. E lo osservo tuttora con attenzione.
Ad Arezzo sei stato subito protagonista, poi cos’è successo?
Fu il mio primo prestito, con risultati lusinghieri: 41 partite filate in Lega Pro, play-off inclusi, con il tecnico Dal Canto (ora alla Viterbese, ndr). Ricordo che uscimmo sconfitti in semifinale contro il Pisa, futuro vincitore. A quel punto era cresciuta in me l’idea di tentare la carta della cadetteria, a Salerno, pur sapendo di partire indietro nelle gerarchie, anche per la carta d’identità personale. Cinque presenze, però, non spiegano adeguatamente il mio grado di soddisfazione: mister Ventura mi ha insegnato non tanto, ma tantissimo, dalla lettura delle situazioni ai tempi di gioco, per non parlare del discorso mentale e del voler sempre di più da me stesso. La parentesi successiva di Bari, invece, passò senza particolari squilli di tromba: arrivai l’ultimo giorno di mercato a gennaio, tempo un mese e scoppiò la pandemia con il blocco dei campionati.
E arriviamo alla stretta attualità.
Un anno e più d’inattività, una pagina della mia vita sportiva da cancellare in fretta, con tanto di contratto rescisso dalla Fiorentina. Mi è caduto il mondo addosso, ma non ho mai smesso di crederci e di allenarmi, inizialmente da solo, poi grazie alla disponibilità della Virtus Francavilla con mister Taurino, conoscendo ragazzi magnifici. Le telefonate dei direttori a Teramo mi hanno fatto rinascere.
In questo periodo di stop hai mai pensato di non farcela?
No, sono poco più che ventitreenne, ho tanti anni davanti. Ringrazio chi mi è stato vicino nelle difficoltà, la fidanzata Evita che ho avuto la fortuna di conoscere a Bari e la mia famiglia.
Qual è stata la tua prima reazione alla chiamata di mister Guidi?
Totale euforia! Quando ti ritrovi nella mia stessa situazione, soprattutto senza l’obiettivo domenicale, per un calciatore è una condizione pesante. Ti manca tutto, anche la semplicità di una chiacchierata con i compagni negli allenamenti. Volete sapere cosa ho risposto al mister? Sarei venuto a Teramo anche a piedi. E non scherzavo!
Qual è il tuo rapporto con lui?
Un bel periodo insieme, dagli Allievi Nazionali al successivo biennio in Primavera, da centrale o esterno difensivo mancino, ha forgiato il nostro feeling, umano prima che professionale, fino a quella finale Scudetto del 2017 persa di misura contro l’Inter.
Come hai ritrovato la Serie C?
Avevo disputato concretamente il girone A e quello B, devo dire che non me l’aspettavo così equilibrata.
E a Teramo hai riabbracciato un tuo ex compagno di squadra, vero?
Sì, con Hadziosmanovic ci siamo conosciuti negli anni di Lecce nei Giovanissimi, che bei ricordi! Lui rimase con noi pochissimo, prima di spiccare il volo verso il Milan.
Superati i mille minuti di impiego: soddisfatto?
Come scopo iniziale, mi ero posto quello di disputare più partite possibili per aiutare la squadra a raggiungere gli obiettivi stagionali, rimettendomi soprattutto finalmente in gioco. Mi sento bene, vivo, come se mi fossi riappropriato della vita, più che del mio sport, e non è poco dopo un lungo periodo d’inattività, ma questo non vuol dire accontentarmi, semplicemente non esiste nella mia filosofia di vita. Teramo è una grande opportunità.
Sei superstizioso o scaramantico visto il numero 18 sulla maglia?
Per niente: al mio arrivo potevo scegliere tra il 14, il 15 ed il 18 e l’ultimo era quello che mi ispirava di più.
Quale invece l’attaccante che ti ha fatto girare la testa?
Ai tempi in cui militavo nell’Arezzo dico Biasci (Catanzaro, ndr), allora nella Carrarese: era fastidioso perché attaccava bene la profondità e me lo ritrovavo costantemente addosso. E poi Ceter (ex Pescara ora al Cagliari, ndr), in quella stessa stagione giocava nell’Olbia, era tanto longilineo quanto rapido, quindi complicato da marcare.
Dove pensi di dover migliorare?
Tecnicamente parlando di sicuro nell’uscita palla al piede.
Il tuo passatempo preferito?
Leggo molto, apprezzo Pirandello. Ho appena finito “Il fu Mattia Pascal”, mi ha colpito per il suo modo di esprimersi e di saper interpretare la figura del protagonista. È un autore famoso per le maschere che ognuno indossa in determinate circostanze: io penso di essere sempre uguale, magari a volte posso apparire in maniera differente, ma in cuor mio sento di essere lo stesso.
100% calciofilo?
Non soltanto: per esempio con la bella stagione mi rilassa molto il tennis, mi piace guardare i tornei più prestigiosi dello Slam e quest’anno spero proprio di potermi recare a Roma per vedere una partita degli Internazionali. Il mio idolo resta Nadal, non si dà mai per vinto.
Chi vincerà lo Scudetto?
Tifo Milan, spero quindi che se lo aggiudichino i rossoneri. È una passione di famiglia, nata con un blitz a “San Siro” all’età di appena quattro anni: mio padre mi ci portò in aereo per vedere Milan – Juve finito 1-1 con un gran gol di Di Vaio. Si vede che il Diavolo era nel mio destino…
Cosa ti sta impressionando della tua esperienza in biancorosso?
L’attaccamento della Curva Est a questi colori è unico nel suo genere: ci hanno sempre sostenuto, anche quando prendevamo quattro gol a partita. Non so quante altre tifoserie l’avrebbero fatto, anzi posso affermare che in certe piazze ti fischiano al primo errore. Chapeau!
 
LA CURIOSITA’
Nelle Giovanili della Fiorentina, Pinto cresce al fianco di autentici campioni, oggi tutti alle dipendenze di importanti club della massima serie.
Viene allenato da Federico Guidi per tre anni non consecutivi, dagli Allievi alla Primavera, con una lista grandi firme composta, tra gli altri, dai vari Chiesa, Castrovilli, Dragowski, Sottil, Zaniolo, Vlahovic. Un incredibile top team, in cui ad impressionarlo, paradossalmente, era uno che giocava pochissimo, tal Federico Chiesa che il buon Pierluigi era solito marcare nelle partitelle. È il Mapei Stadium di Reggio Emilia ad ospitare la finalissima per assegnare lo Scudetto Primavera 2016/17: Pinto c’è dal primo minuto in compagnia di Castrovilli e Sottil, e nel 4-3-3 di Guidi è l’esterno difensivo mancino, dirimpettaio dell’ala neroazzurra Rover (oggi al Sudtirol). Giocherà un tempo, venendo poi sostituito dall’attuale terzino della Salernitana Ranieri. Saranno, però, i neroazzurri di Vecchi ad aggiudicarsi il tricolore, grazie alle marcature di Vanheusden e Pinamonti, con la Viola che proverà a riaprirla invano dagli undici metri con il rigore di Sottil.

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