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Simone Iacoponi. Leader mAximo
Simone Iacoponi. Leader mAximo

Nemmeno un anno fa (il 7 marzo 2021) giocava 90 minuti al “Franchi” in un pirotecnico 3-3 tra Fiorentina e Parma. Al quinquennio ducale sono legati gran parte dei successi di Simone, avviato alla pratica calciofila dalla passione tramandata dal padre, portiere mancato: la Serie A, il sogno di ogni bambino, l’ha raggiunta a 31 anni con i gradi da Capitano sotto la gestione D’Aversa, dopo un fantastico doppio salto consecutivo da quella Lega Pro che ha ritrovato a sorpresa qualche settimana fa. Nel lungo viaggio a ritroso, Empoli – Genoa di Coppa Italia è la sua apoteosi personale, l’esordio in Coppa Uefa la chicca, la fascia al braccio un grande onore per uno che ha sempre abbracciato le responsabilità. Cannavaro il suo modello, il leader silenzioso Vannucchi il compagno di squadra più ammirato. A Teramo è tornato a vivere uno spogliatoio, per il futuro ci sarà tempo…
 
Simone, raccontaci la tua adolescenza.
Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita: i primi calci li ho tirati all’età di cinque anni nel Ponsacco, dove ho vissuto sin da bambino, visto che a Pontedera ci sono soltanto nato. È stato mio padre a tramandarmi la passione. Quindi dai dieci ai ventuno anni mi sono trasferito ad Empoli.
In famiglia che rapporto c’era con lo sport?
Mio papà Claudio era il portiere della Fiorentina fino alla Primavera: il suo carattere particolare, però, abbinato alla scarsa propensione per le regole, lo ha privato del naturale prosieguo di carriera, abbandonando presto il calcio per il lavoro di falegnameria. In casa, poi, eravamo in netta inferiorità numerica, avendo tre sorelle, ma solo una di queste ha praticato sport a buoni livelli, puntando sulla pallacanestro, prima che un infortunio al ginocchio smorzasse le sue ambizioni.
A chi ti senti di dire grazie?
Ai miei genitori per quanto mi è stato permesso di fare, avendomi supportato in tutto e facendo in modo che potessi raggiungere obiettivi inimmaginabili. Mi hanno seguito a prescindere dalla categoria, la loro felicità si abbinava alla mia, soprattutto quando la passione si è evoluta in lavoro.
Il pathos degli esordi.
Se c’è una partita che non dimenticherò mai, quella è Empoli – Genoa di Coppa Italia (8 novembre 2006, ndr): non solo fu la mia prima da titolare, ma addirittura l’1-0 finale venne timbrato da me, praticamente l’apoteosi! Ricordo poi con piacere il match di Coppa Uefa contro lo Zurigo, mentre la Serie A vera e propria l’ho vissuta a Parma, lì mi sono davvero sentito parte del gruppo.
La tua è stata una lunga gavetta, pur partendo da un Settore Giovanile importante, come mai?
Qualche scelta rivedibile: sono rimasto due anni ad Empoli con i “grandi” trovando poco spazio, nonostante certi programmi prospettati che non andarono in quella direzione. Sarei potuto andare a Pisa per fare minutaggio, ma stavo troppo bene dove ero cresciuto, l’inesperienza non mi aiutò. Con la retrocessione in B mi mandarono in prestito e solo a 23 anni ho cominciato a fare il titolare a Foligno in C. Per questo raggiungere la Serie A è stato un regalo, per la mia dedizione e per il volerci credere in ogni istante.
Il triennio di Sudtirol e quello di Chiavari cosa ti hanno lasciato?
Sei anni densi di ricordi. A Bolzano ho trovato un’altra famiglia dopo quella di Empoli, con una società organizzata ed una cultura calcistica che prendeva piede con serietà; mi ripeterei parlando dell’Entella come club, in una cittadina dove si viveva benissimo.
Come etichetteresti il quinquennio parmense?
Una favola e, nello stesso tempo, una svolta per la carriera, consentendomi di arrivare nella massima serie quando non ci speravo più, a 31 anni suonati. Quella doppia promozione dalla Lega Pro alla A, centrata con mister D’Aversa, rimarrà per sempre nel libro personale dei ricordi.
Sei Capitano da una vita: cosa vuol dire aver ricevuto un costante riconoscimento da staff tecnici e compagni di squadra?
È stato un grande onore, sono sempre stato attratto dalle responsabilità e l’ho considerato come un attestato di stima verso la mia persona, prima che per il calciatore. Per esercitare questo ruolo occorre dare costantemente l’esempio, essere un professionista nei comportamenti dentro e fuori dal campo, con autorevolezza più che con autorità e nel pieno rispetto di tutti.
L’allenatore che ti ha insegnato di più?
Ho cercato di attingere da ognuno dei tanti che ho incontrato lungo il percorso: forse D’Aversa, riportandomi nel ruolo di centrale difensivo, ha compreso come fosse il più congeniale per le mie caratteristiche. Non credo che per stare in Serie A occorrano solo i centimetri, perché si gioca tanto di reparto, valorizzando parimenti altre qualità come la concentrazione, la lettura dei momenti, la personalità.
Quali ingredienti consiglieresti ad un ragazzo per realizzare il suo sogno?
Sacrificio e metodo, senza farla diventare un’ossessione, ma lavorando per step nel segno di un costante miglioramento.
Il tuo modello?
Con le debite proporzioni Fabio Cannavaro, per la personalità che trasmetteva e l’esplosività che metteva in campo.
Il calciatore più forte con cui tu abbia giocato?
Bella domanda, risposta complicata. Ad Empoli Ighli Vannucchi, trequartista dotato di una tecnica ed una forza incredibili, l’esempio concreto del leader, pur essendo di poche parole. A Parma Bruno Alves, carisma e professionalità da vendere anche a quarant’anni.
Il giorno della tua presentazione hai detto di voler far capire ai giovani l’importanza di vivere uno spogliatoio, perché te ne rendi conto solo quando non ce l’hai…
Come in tutte le cose, tendi a dar loro meno valore quando le tocchi con mano nella quotidianità. Tuttavia, quando ti ritrovi fuori dalla routine, non averle ti manca terribilmente, soprattutto per chi, come me, ha costantemente rivolto il proprio pensiero verso il gruppo e l’obiettivo di squadra. Nel tempo impari a comprendere quanto le stesse cose non siano affatto scontate, ma bisogna sudarsele, alimentare quel sogno con energia e forza mentale.
Nel tempo libero che tipo sei?
La semplicità fatta persona: preferisco trascorrerlo in famiglia o con gli amici, non guardo molta televisione né sono appassionato di serie Tv. Ad un hobby, però, non so proprio rinunciare: la pesca! Me la cavo da quando sono bambino, anche se non mi ritengo certo un professionista, né potrei vantarmi di aver preso pesci di una certa levatura. Ora sto monitorando la zona, scovare qualche laghetto ideale. In questi mesi, inoltre, ho preso la patente nautica, una pratica che seguo abitualmente.
Il tuo piatto preferito?
I risotti in generale, senza distinzioni.
Con tua moglie chi ha fatto il primo passo?
Ovviamente io. Avevo assunto informazioni tramite un’amica in comune, poi con Eleonora mi sono mosso autonomamente. Il regalo più grande sono le due bimbe, Ludovica di quasi due anni e mezzo e Diletta, che ha 14 mesi. Mi pesa non averle qui con me in questa fase, ma è pur vero che sinora, non avendo vissuto il clima del ritiro pre-gara e non scendendo in campo, abbiamo passato tanto tempo insieme. Certo, passare da sempre a non vederle per settimane è pesante, ma fa parte del lavoro, ci mancherebbe.
A fine campionato quali progetti hai?
Ci piace viaggiare, per ovvi motivi abbiamo sospeso in questi anni voli pindarici, tra pandemia e l’arrivo delle piccole. Quindi se le condizioni generali lo consentiranno, qualcosa organizzeremo, ma non abbiamo un’idea di una meta specifica, a parte il fatto che sarà sul mare.
Ogni tanto pensi al tuo futuro extra-campo?
Diciamo che ho avuto un po’ di tempo per rifletterci in questi mesi e qualche domanda me la sono posta, mancano però le risposte: nel senso che ci sono pro e contro in ogni mansione, sinceramente sono a corto di idee attualmente. Fare la vita dell’allenatore e continuare a star lontano dalla famiglia non è il massimo, ma nel contempo anche allontanarsi da una ragione di vita come il calcio, dopo oltre trent’anni di pratica, sarebbe complicato. Vedremo, c’è ancora tempo!
I tuoi propositi per questa nuova avventura?
L’obiettivo di squadra prefissato è il raggiungimento della salvezza il prima possibile. Abbiamo dimostrato di dare il massimo fino alla fine per provare a vincere ogni partita. Il livello che sto percependo in questo girone è buono, ed una squadra come la nostra che cerca continuamente di giocare, proponendo un calcio di qualità, faccio fatica a ricordarmela in Serie C. Alla tifoseria posso solo dire di continuare a seguirci e sostenerci come sanno fare molto bene: in questa volata finale potrebbero essere la classica arma in più!
 
LA CURIOSITA’
Il “Bonolis” non era ignoto a Iacoponi, ancor prima del debutto in maglia biancorossa. Nel gennaio del 2017, infatti, Simone firma con il Parma, con i ducali che militano in Lega Pro. Il 30 aprile dello stesso anno, alla penultima giornata di campionato, gli emiliani fanno visita al Teramo di Ugolotti ed il neo-biancorosso sarà in campo per l’intero arco del confronto, al centro della retroguardia, al fianco di Di Cesare, quest’ultimo protagonista involontario al quarto minuto di recupero, quando scivolando, regala un’autostrada a Sansovini che si fa clamorosamente ipnotizzare da Frattali: «Ricordo bene quell’azione – dice Simone - vedemmo la morte in faccia perché sapevamo che Marco non sbagliava quei gol. Ricordo un tifo caldo che aiutava la squadra, un campo dove non era semplice giocare». Tante le occasioni sciupate (due reti annullate al Parma), per un bugiardo 0-0 finale, con il Diavolo che, nonostante il successo di Salò all’ultima, dovette esorcizzare la tradizione negativa dei play-out per salvarsi, nel doppio confronto con il Lumezzane. Il Parma, invece, superò tutti i gradini dei play-off, centrando la B in finale contro l’Alessandria. Con Iacoponi titolare, s’intende.

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