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Simone Rosso. Estro (bianco) Rosso
Simone Rosso. Estro (bianco) Rosso

Arrivato quasi sul gong del mercato estivo, con un corteggiamento assiduo del tecnico Guidi, a pochi giorni dal suo ventiseiesimo compleanno, Simone ripercorre le tappe della sua carriera. A soli sei anni scomodò l’allora responsabile delle giovanili del Toro Benedetti, in un provino da cui si originarono undici anni fantastici in maglia granata. Una seconda pelle, capace di donargli soddisfazioni indelebili, dallo Scudetto Primavera del suo mentore Longo contro la Lazio di Simone Inzaghi, all’esordio nella massima serie a “San Siro” grazie a Ventura. Alessandria si è rivelata la sua sliding doors, a Vercelli ha trovato la giusta alchimia per sfiorare la doppia cifra, a Teramo cerca quello “scatto per raggiungere il suo top”. E per non smettere mai di sognare, come ama ripetere…
 
Vicino ai 26 anni, è l’età della piena maturità calcistica per un giocatore?
Penso di sì, inizio quel trittico per raggiungerla. Ci sono tanti esempi di interpreti che si sono espressi meglio per esperienza e maturità. Manca poco per me, solo concretizzare quello che si crea, quel piccolo scatto per raggiungere il mio top.
Pinerolo è un piccolo centro ma ha offerto due ex al Teramo, entrambi nel pacchetto offensivo.
Mi hanno parlato di Elio Moncada (in doppia cifra nel Diavolo 1991/92, ndr), Bunino invece abita a pochi chilometri da me e capita, d’estate, di ritrovarci per sostenere qualche allenamento insieme.
Hai detto di aver passato l’estate al telefono con Guidi: com’è scoccata la scintilla tra voi nei soli sei mesi di Caserta?
Anche dall’esterno si può vedere un Teramo che non si è mai fatto mettere sotto da nessuno, ad eccezione dell’ultima gara infausta. Oltre all’eccezionale lato umano, penso sia bravo a far trapelare le sue idee nella testa dei ragazzi. Ha concetti e idee che collimano con le mie peculiarità. Con lui la palla non si butta mai.
Una nouvelle vague calcistica, questa, in Italia, non trovi?
Il calcio si è evoluto: la Spagna ci ha fatto capire perché questo sia il modo per far arrivare palloni puliti agli attaccanti. Mi fa piacere che sia arrivata questa spettacolarità anche in Italia.
L’operazione si è chiusa quasi sul gong, nel caso non si fosse concretizzata quale opzione avresti scelto?
La prima è sempre stata il Teramo, per il mister e per l’importanza della piazza, avendomi destato sempre una grande impressione da avversario. Forse sarei rimasto a Mantova.
Undici anni di Settore Giovanile Granata sono quasi metà della tua vita: quali flash metteresti in risalto?
Giocavo nella squadra del paese, a Villafranca, quando Silvano Benedetti, allora responsabile delle giovanili del Torino, chiamò i miei genitori per fare un provino. Avevo sei anni. Mi hanno fatto muovere i primi passi, insegnandomi tutto, migliorando in tattica, fisicità e mentalità. Da piccolini la parola d’ordine è divertimento, poi step by step nasce tutto il resto.
Nel tuo gruppo chi è emerso?
Bonifazi (Bologna, ndr), Lezcano (Entella, ndr), Edera (Torino, ndr) e Proia (Vicenza, ndr). Mi ha colpito, invece, rivedere in Europa League contro la Roma, vestendo la maglia del Cluj, un certo Debeljuh, di cui avevo perso le tracce. In Primavera era il nostro centravanti titolare.
Cosa ricordi di quella doppia presenza in Serie A?
L’esordio a San Siro contro il Milan, il sogno di ogni bambino. In quei momenti ti passano per la testa tutti i sacrifici e le rinunce fatte, mi vengono i brividi solo a pensarlo, figuriamoci a viverlo. Ricordo i primi allenamenti in prima squadra a partire da marzo: inizialmente non vedevo la palla per quanto fosse veloce il passaggio, i ritmi erano altissimi. A poco a poco presi confidenza con la rapidità di pensiero dei miei compagni, tra gli altri i vari Amauri, Darmian, Maxi Lopez e Quagliarella. Il mister era Ventura e lo ringrazierò per sempre: la sua meticolosità durante la settimana, ci portava a sapere esattamente cosa fare in partita.
Dopo la doppia annata in Cadetteria a Brescia, non hai più ritrovato la B: ti sei chiesto il motivo?
Scelte sbagliate, mi spiego meglio. Scesi in C nel mercato di gennaio per sposare il progetto di una lanciatissima Alessandria che poteva contare, nel pacchetto d’attacco, sui vari Bocalon, Evacuo, Fischnaller, Gonzalez, Iocolano e Marras. Impressionante. Non solo: avevamo undici punti di vantaggio sulla seconda, ma gradualmente la Cremonese ce li rosicchiò tutti, con i grigiorossi che salirono in B per gli scontri diretti a favore. Ci riprovammo ai play-off, ma in finale a sorridere fu il Parma. Ogni tanto torno a chiedermi come abbiamo fatto a divorarci quel campionato, una mazzata incredibile. Però mi ha insegnato a rialzarmi e ad avere le spalle larghe.
L’annata di Vercelli è stata per distacco quella più prolifica (7 reti): cosa aveva di magico?
Il modulo era lo stesso di Teramo, il 4-3-3. Semplicemente quando prendi fiducia, entri in uno stato mentale in cui riesci a far tutto. Ero anche rimasto fermo venti giorni, volevo rientrare per il derby di Novara, poi purtroppo il covid ha stoppato tutto, anche i miei sogni di gloria, proprio nella stagione in cui ero prossimo alla doppia cifra.
In carriera hai sempre fatto l’esterno d’attacco?
Da quando gioco con i “grandi” sì, adattandomi a volte anche come mezzala o addirittura da falso nueve.
Nel tuo ruolo a chi t’ispiri?
Ammiro Insigne: i numeri parlano da soli, è sempre decisivo ed al centro del gioco, con una personalità che non può lasciare indifferenti. E Chiesa non è da meno…
Ti piace il Torino di Juric?
Molto! È simile al modo di giocare dell’Atalanta, tutto uomo su uomo, divertente da vedere e decisamente offensivo. Sono sicuro che potrà togliersi belle soddisfazioni. Nel pacchetto offensivo ammiro molto il croato Brekalo, oltre a Pjaca e Verdi: diciamo che ha l’imbarazzo della scelta.
Nell’ultimo campionato avevi già conosciuto diversi biancorossi…
Esatto, in particolare Tozzo a Mantova, Hadziosmanovic e Rillo a Caserta. Sono ragazzi esemplari e che amano lavorare sodo, rendono il gruppo armonioso; anche con lo staff tecnico c’è un feeling speciale.
Qual è la tua caratteristica migliore e quella da affinare?
La prima credo sia l’uno contro uno, la seconda una maggior freddezza sotto porta.
L’allenatore al quale sei più legato?
Longo perché abbiamo lavorato tanto insieme, ma anche con Guidi c’è un legame notevole, avendomi richiesto in ogni club che ha guidato.
Dall’esterno sembri più maturo e tranquillo rispetto alla tua età: è il tuo carattere?
Le varie esperienze ti forgiano, in campo devi portare quella serenità di cui si sente il bisogno. E poi, in questo gruppo, sono comunque tra i più esperti.
E fuori dal campo?
Passo tutto il tempo con la mia compagna. Ci siamo conosciuti tramite un nostro amico in comune, galeotta fu una cena milanese e adesso conviviamo da due anni. In lei ho trovato bellezza e maturità, insomma, il classico amore a prima vista! E poi c’è Lupin, il nostro adorabile cagnolino meticcio a farci compagnia ovunque. Anche allo stadio? Perché no, ci proveremo, magari mi porterà fortuna...
Per te lo sport è…
Sono calciofilo al 100%, inutile girarci intorno. Sono ingordo di partite, da tutte le latitudini e in ogni categoria. Ed alla mia dolce metà non dispiace, anche se ha un piccolo difetto: è juventina!
Un posto che ti è rimasto dentro.
Diano Marina, in provincia di Imperia. Andavo lì al mare da piccolo seguendo una tradizione di famiglia, ho tanti conoscenti d’infanzia, almeno tre generazioni di amici, un gruppo eccezionale che è cresciuto insieme.
Non avessi fatto il calciatore, su cosa ti saresti orientato?
Forse oggi sarei nella macelleria di mio padre a Vigone, nella provincia torinese, d’altronde non ero granché come studente. Ora vorrei solo concentrarmi anima e corpo sul calcio, anche per ripagare gli sforzi della famiglia che mi ha sempre appoggiato in questa scelta e per non deluderli quando telefonano al loro unico figlio a fine partita.
In estate dichiarasti che “non bisogna mai smettere di sognare”: e il tuo qual è?
Risalire di categoria, ottenere il massimo dalle mie potenzialità e non avere rimpianti una volta che avrò smesso di giocare a calcio.
Un messaggio finale alla tifoseria…
Sono come li ricordavo da avversario: non smettono mai di sostenerci, calorosi e appassionati. Sono certo che risaliremo la china e sapremo regalar loro piacevoli emozioni.
 
LA CURIOSITA’
La lunga trafila di Simone Rosso nelle giovanili granata, ha visto il suo coronamento il 16 giugno 2015, il giorno del nono Scudetto Primavera del Toro (record in coabitazione con l’Inter), sfatando un tabù che durava dal 1992, dopo la finale persa ai rigori l’anno prima contro il Chievo.
Decisivo il sedicesimo rigore di una lotteria infinita, firmato Edera, contro la Lazio di Simone Inzaghi, dopo che fu proprio Rosso a portare in vantaggio i granata. In quella finale, peraltro, un po’ di Teramo c’era: il direttore di gara Di Martino.
Nel 4-2-4 di Longo, Rosso fungeva da seconda punta o centrocampista esterno, la fascia mancina era la sua (retta) via. Parliamo di un gruppo straordinario, capace di arrivare per due volte consecutive all’atto conclusivo. C’è un’altra partita, però, che Simone ricorda con particolare piacere, e via con un altro incrocio: la semifinale contro la Fiorentina allenata da Guidi. Dopo venti minuti è costretto a cambiargli due volte la marcatura: «Forse è stata la mia miglior partita – rivela Simone – nessuno riusciva a tenermi». Il suo zampino lo mette in ognuno dei tre gol firmati tutti da Morra (ora all’Entella, ndr), mentre sulla sponda viola segnano Petriccione e l’ex biancorosso Minelli, a formare la coppia offensiva con un certo Gondo. Chiesa? In panchina…

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