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Domenico Melino. Il prof alle Nozze d'argento
Domenico Melino. Il prof alle Nozze d'argento

Cresciuto a “pane e Palanca” nel Catanzaro degli anni fulgidi, proviene dall’atletica, ma Teramo è il suo quattordicesimo club in venticinque anni di carriera professionistica, undici di questi passati a Firenze, dove ha conosciuto l’attuale staff tecnico. Dai Della Valle e dal direttore Corvino ha appreso che la “forma è sostanza”, si è abilitato a Coverciano con il massimo dei voti, ma la sua innata curiosità per la metodologia di lavoro estera, lo ha spinto a fare il bis Oltralpe, a Digione. Ama ripetere che «più sali di categoria e meno bisogno c’è di parlare ai giocatori», ma a Teramo ha trovato un gruppo abituato a lavorare in modo feroce, con una società altamente organizzata. Parola di calabrese. 

Nativo di Catanzaro, residente a Cesena, già questa va spiegata…
Diciamo per amore, visto che la mia compagna con cui convivo da un decennio è cesenate.
Quali differenze hai trovato dalla Calabria alla Romagna?
Molteplici: la gente in primis, perché i romagnoli sono dei giocherelloni, molto accoglienti, sempre con la battuta pronta, la giovialità è un loro marchio di fabbrica. Il calabrese, invece, per indole è molto diffidente, ma se riesci a conquistarlo è capace di regalarti la sua anima, difficile possa tradirti.
Un posto in Calabria che suggeriresti di visitare.
C’è tutto, dal mare alla montagna, un po’ come l’Abruzzo. Il mio luogo irrinunciabile, però, è Baia di Caminia: mare cristallino, sabbia bianca, ci torno ogni estate.
Il nome di battesimo lasciava già trasparire una carriera calcistica…
Devo confessarti che all’inizio non era proprio così: la mia famiglia voleva che facessi il medico, ma la peculiarità sportiva di papà ha agevolato la scelta. Certo, andar via di casa a 19 anni, soprattutto per mia madre, non è stato facile da digerire.
Da adolescente che ricordi hai del “Ceravolo” e degli anni magici della A?
Ero poco più di un bambino quando mio padre mi iniziava alla passione calcistica, portandomi a vedere il Catanzaro. In quel periodo si viveva di “pane e Palanca”, la partita durava un’intera settimana perché la città viveva in maniera viscerale la passione per la squadra, a volte eccedendo un po’…
Ti saresti aspettato di far parte delle Aquile?
È stato veramente un grandissimo onore far parte del club dal 2003 al 2005, anche se l’anno prima ero stato a Cosenza, e si sa, tra le due fazioni non corre proprio buon sangue. Quando, però, fai prevalere la professionalità, difficile si possa ricevere rimostranze.
La tua passione per il calcio.
Incontrovertibile, ma in realtà, lavorativamente parlando, provengo dal mezzofondo: è stata un’importante fucina per comprendere la vera metodologia di allenamento, e questo mi ha spinto ad approfondire gli studi, anche perché i miei preparatori di riferimento sono tutti legati all’atletica.
A 24 anni collaboravi già nello staff tecnico della Vigor Lamezia in Serie C, come nacque quella possibilità?
Per caso (ride, ndr)…D’estate ero solito andare a correre per tenermi allenato e con me lo facevano alcuni ex calciatori professionisti: così accadde che un giorno, uno di loro, mi propose di entrare a far parte dello staff della Vigor. Tutto è cominciato da lì.
Chi ti senti di ringraziare lungo il tuo percorso?
Sarebbero troppi, ma certamente in primis il compianto Mario Marella, autentica istituzione a Coverciano: ricordo come se fosse ieri, quando il secondo giorno di corso profetizzò in toscano stretto: «Prenderai 110 e lode!». E così fu. E poi l’amico e collega Vincenzo Manzi, un punto di riferimento costante nelle nostre discussioni giornaliere e nelle varie pubblicazioni scientifiche fatte. Infine tutti gli allenatori con cui ho collaborato: con parecchi di questi ci frequentiamo tuttora fuori dal rettangolo verde.
L’amicizia è un sentimento sincero o camuffato nel calcio?
Preferisco il detto pirandelliano “pochi volti, tante maschere”. Qualche amicizia vera rimane ed è chiaro che Firenze, in particolare, dopo undici anni di permanenza, è diventata la mia seconda casa.
Se ti dicessimo che Teramo è il tuo 14esimo club, ti sentiresti più maturo o invecchiato?
Non lo sapevo! Ti ringrazio per avermelo ricordato. Il fatto di stare in mezzo a tanti ragazzi giovani, però, aiuta a rimanere freschi, di animo e di spirito.
Sapevi di festeggiare quest’anno le tue personali “Nozze d’Argento” calcistiche?
Di questo ero a conoscenza, ma non diciamolo a voce alta altrimenti mi etichettano come un preparatore vetusto (ride, ndr)!
Com’è cambiato il tuo lavoro in 25 anni di attività?
Moltissimo perché è il calcio ad aver subìto profondi mutamenti, soprattutto nella metodologia: prima si lavorava “a secco”, ora quasi completamente in maniera funzionale al modello prestativo, ma soprattutto in base alle esigenze tecnico-tattiche. Ed in questo ti confesso che il mio allenatore, con cui ci confrontiamo quotidianamente, è veramente molto preparato, ma non diciamolo a voce alta…
Dalla D alla A hai vissuto i quattro piani calcistici principali: quali differenze hai percepito?
Soprattutto nel livello di professionalità degli atleti: più sali di categoria e meno bisogno di parlare c’è. Nei piani alti interpretano il calcio al pari di un’azienda, la loro azienda! E cercano di fare di tutto per farla funzionare al meglio.
Com’è nata la chance della Fiorentina?
A Coverciano ovviamente, dove conobbi Enzo Vergine (attuale responsabile giovanile dell’As Roma, ndr). Uomo fidato di Corvino, stabilimmo fin da subito un feeling naturale: stesse vedute, il resto venne di conseguenza.
Il 2005 è stato anche l’anno in cui hai ottenuto la qualifica di preparatore atletico professionista.
All’epoca alloggiavamo tutti nel centro tecnico federale e questo era un costante motivo di confronto tra di noi, oltre a facilitare la creazione di diverse amicizie.
Undici anni in viola cosa ti hanno lasciato?
Tutto! Dal modo di comportarmi in campo e fuori, al sapere quando e come parlare. I Della Valle e in particolare il direttore Corvino mi hanno insegnato che la “forma è sostanza”.
E poi?
Dopo più di due lustri era giusto cambiare e trovare nuovi stimoli. Diedi la mia parola a mister Sannino e, come detto prima, i calabresi la mantengono sempre.
Quando è nato il legame con l’attuale staff tecnico?
A Firenze, ma in realtà non si è mai interrotto, con Federico Guidi c’è amicizia vera! E gli avevo promesso che appena avrebbe cominciato a lavorare con i “grandi”, gli avrei dato una mano.
La formazione ha sempre avuto un ruolo di primo piano per te: spicca però una laurea d’oltralpe…
Ti rispondo molto volentieri: la seconda laurea ottenuta in Francia è motivo di grande orgoglio personale, siamo in pochi ad averla tra i colleghi. Questo perché ho sempre manifestato la curiosità di capire come si lavora all’estero, soprattutto sapendo il corpo docente presente a Digione. Ritengo che il panorama internazionale possa aprire la mente e allargare i tuoi orizzonti.
Cosa consiglieresti ad un giovane che vorrebbe avvicinarsi al tuo mondo?
Di studiare e di mantenere la curiosità di captare il perché si pone in essere una cosa, non solo guardarla e metterla in atto.
Perché si dice che nelle Big Five le squadre italiane sono quelle che corrono meno?
Ritengo ci siano radici lontane, per me la chiave di volta è che all’estero, fin dal periodo scolastico, ci si allena molte più ore rispetto alle nostre latitudini, un concetto ereditato dai settori giovanili fino alle prime squadre.
Come suddividi solitamente la preparazione atletica nel corso dell’anno?
Con lo staff cerchiamo di mandare il motore al massimo fin dai primi giorni, individualizzando i lavori neuromuscolari, perché ogni atleta ha le proprie peculiarità che vanno rispettate ed allenate. Sono fortunato perché il nostro è un gruppo di ragazzi che lavora in modo feroce, dotato di un elevato grado di professionalità.
Ti senti di tracciare un bilancio, seppur parziale, della tua esperienza in biancorosso?
Mi preme sottolineare che a Teramo abbiamo trovato una società davvero organizzata in tutte le sue componenti. A livello organizzativo il team manager Gatta cerca di non farci mai mancare nulla, come d’altronde il magazziniere Di Ubaldo, finanche ai miei più stretti collaboratori, dal recupero infortuni Del Grosso ai terapisti Porrini e Di Donato, tutti validi professionisti. Di questo va chiaramente dato merito al Presidente Iachini per averli scelti, contribuendo a creare una struttura efficiente. E in Serie C non è affatto scontato. Sono sicuro che la strada intrapresa sia quella giusta, con l’auspicio di poter presto regalare ai nostri tifosi le soddisfazioni che meritano.
 
LA CURIOSITA’
Nel tempo libero di Melino, al costante aggiornamento sul campo di lavoro, ne segue un altro, certamente meno noto ai più, quello per il vino. Una passione nata a Firenze frequentando il primo livello del corso da sommelier e maturata nel tempo, aiutata dalla conoscenza di nuove tappe professionali, Trieste su tutte. Ora che ha abbracciato anche l’Abruzzo nella sua lunga lista di location sportive, ha potuto conoscere meglio etichette di pregio come Illuminati, Trebbiano e Montepulciano. Il miglior rosso, però, rivela di averlo assaggiato anni fa in Francia, prendendo un calice di Chateau Margaux a 35,00€, mentre sul bianco predilige le bollicine ed in particolare i Trentodoc (Ferrari e Haderburg su tutti) ai Franciacorta. A casa sua, a Cesena, ha già allestito una cantinetta e siccome si dice che “l’appetito vien mangiando e la salute vien bevendo”, sta già pianificando di realizzarne una temperata, per conservare la sua trentina di etichette alla giusta temperatura, chiosando così: «In futuro mi piacerebbe aprire un’enoteca con piccola cucina annessa, l’importante è che alla base ci sia sempre il divertimento».

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