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La Musa del Diavolo
La Musa del Diavolo

Se nella religione greca le Muse erano le figlie di Zeus e Mnemosine, ricoprendo un ruolo altissimo nella gerarchia divina, anche il Diavolo ora ha la sua guida…terrena. Ad ispirare il mercato biancorosso un neo-Ds giovanissimo, abilitato a soli 26 anni, ma già capace di vincere un campionato ad Avellino. Economista per passione e formazione accademica, predica coraggio e pazienza, considera Teramo la piazza giusta per fare calcio con serenità e organizzazione, con l’obiettivo primario della valorizzazione dei giovani, abbinata ad un calcio divertente e che sappia emozionare la gente. Con una chiosa finale: «Vi aspettiamo al Bonolis, abbiamo bisogno di voi»

Carlo Musa e il calcio.
L’interesse è nato grazie a mio fratello, più grande di nove anni, che giocava in una realtà giovanile della zona. Mio padre, poi, è stato Presidente di una società dilettantistica laziale e quindi, in famiglia, si è sempre respirato calcio. All’età di cinque anni ho iniziato anch’io, da portiere, ma ho lasciato già a ventuno, riuscendo ad arrivare al massimo in Eccellenza. Questo perché, a differenza di tanti miei coetanei, mi piaceva osservare partite in compagnia dei direttori, seguire il percorso degli allenatori, approfondire gli aspetti manageriali.
Quando la passione è diventata un lavoro?
Subito dopo aver appeso le scarpette al chiodo. L’Aranova mi diede questa possibilità, cominciando dalla Prima Categoria e organizzando anche tornei estivi. Cinque anni di apprendistato con l’approdo in Promozione, prima di provare nuove esperienze.
Se dovessi sintetizzarci con un ricordo il tuo cammino sportivo, quali emozioni sceglieresti?
L’Aranova è stato il vero inizio del percorso, con i primi rapporti da intavolare con staff e calciatori, ma nell’ottica del “tutti fanno tutto”, sicuramente una grande palestra. Alla Lupa Roma entrai in corsa a dicembre e per un Ds non è mai il massimo, ma il progetto giovani ci portò alla salvezza, accompagnata da premi di valorizzazione. Dell’Avellino impossibile non citare quella fantastica rimonta, sviluppatasi grazie ad un’autentica unione d’intenti, fino allo spareggio decisivo contro il Lanusei di Bernardotto, che avrei voluto portare in Irpinia già la stagione successiva. Il Savoia è l’esperienza più recente, una parentesi negativa a livello gestionale, positiva dal punto di vista umano, ma non essendo scoccata la scintilla, decisi di dimettermi a febbraio.
Dalla tua formazione s’intuisce che non hai mai messo in secondo piano quella accademica, perché?
Ritengo che un dirigente debba essere preparato, coltivare competenze in differenti ambiti. Mi sono laureato in Economia aziendale, completando l’iter con la specialistica, d’altronde la mia passione per le materie finanziarie era nata sui banchi di scuola e se non avessi seguito la strada dello sport, mi sarei orientato su quella da commercialista.
Siamo campioni d’Europa, ma il calcio italiano rimane distante economicamente da quello tedesco e inglese: secondo te perché?
A monte c’è una differente gestione da parte di Lega e Federazione, dai diritti televisivi ai contributi rivolti ai club, ma anche una visione diversa da parte del management societario, con i sodalizi anglo-tedeschi che si fanno preferire nel marketing. E per concludere, basta osservare l’età media dei calciatori tedeschi, decisamente più bassa della nostra, frutto di politiche culturali e di sistema agli antipodi. Per avere conferma, basta guardare i 2002 titolari in Champions…
Di cosa avrebbe bisogno il calcio di terza serie per incontrare una nuova sostenibilità?
Coraggio e pazienza nel concedere adeguate possibilità ai giovani dei vivai, al fine di abbassare salari e costi fissi dei club e poter beneficiare di qualche plusvalenza in più. Il mito del Barcellona è nato nel momento in cui, non avendo ingenti disponibilità come i competitors, investirono pesantemente nella cantera.
Qual è il tuo modello di direttore sportivo?
Apprezzo Faggiano (Sampdoria, ndr) al quale mi lega un ottimo rapporto, Paratici (Tottenham, ndr) e Sabatini (Bologna, ndr), tutti direttori dotati di competenze indiscutibili. Mi fa piacere la fuoriuscita di una nuova classe dirigente italiana, con un marcato ringiovanimento generale.
Torniamo a noi: perché la scelta Teramo?
È stata una piacevole sorpresa, inaspettata. Per una serie di situazioni il Presidente cercava una figura con le mie caratteristiche, sono quindi stato contento e fortunato di ricevere la sua chiamata e di fare la sua conoscenza. Teramo è riconosciuta come una piazza in cui si può fare calcio con serenità e organizzazione.
Ci fai un personale bilancio di mercato?
Ci siamo concentrati primariamente sulle uscite ed è stato davvero bravo il Presidente nel realizzare cessioni importanti per la categoria. L’obiettivo era quello di ringiovanire la rosa conservandone la competitività, con la possibilità di fare minutaggio. Come in tutte le sessioni, è chiaro che qualche trattativa possa arenarsi, ma siamo soddisfatti della rosa a disposizione, perché congeniale alle idee del mister.
Qual è la tua griglia di partenza nel girone B?
Modena e Pescara davanti a tutti, in seconda fila Entella e Reggiana, in terza Gubbio e Siena, in quarta Cesena e Viterbese. Noi? Subito dietro, insieme ad eventuali outsider, con lo scopo primario della valorizzazione dei giovani, abbinata ad un calcio divertente e che sappia emozionare la gente.
Un calciatore che non sei riuscito a prendere e di cui sentiremo parlare…
Cuppone ai tempi dell’Avellino: non giocava a Monopoli, ma intravedevo delle qualità. Cambiammo obiettivo perché non c’era piena condivisione in quella specifica scelta.
…E quello che secondo te potrebbe fare maggiormente la differenza nel girone B?
A parte i nostri, dei quali nutro la massima fiducia, Tremolada è uno che può spostare gli equilibri, ma è un raggruppamento pieno di interpreti di livello. Il trequartista, il classico “dieci”, mi affascina da sempre.
Il tuo miglior colpo di mercato in carriera?
Sarebbe scontato citare Parisi (oggi all’Empoli, ndr) per la sua forza caratteriale, e Tribuzzi (Frosinone, ndr) per la grande facilità di corsa e la cifra tecnica. Allora dico l’attaccante De Vena, preso dalla Casertana e diventato capocannoniere ad Avellino con 23 reti.
Se dovessi partecipare ad un fantacalcio, a chi non rinunceresti?
Federico Chiesa.
In base a quali parametri operi la scelta di un acquisto?
La componente umana e comportamentale incide molto, così come l’atteggiamento in campo, attingendo informazioni da chi l’ha avuto. In base al ruolo, poi, valuto il singolo dal punto di vista tecnico, tattico e fisico, ma l’ambizione e la fame sono componenti imprescindibili.
Il Presidente/allenatore con il quale hai costruito il miglior rapporto?
L’ingegner De Cesare ad Avellino, perché mi ha dato estrema fiducia a soli 28 anni, offrendomi una grande opportunità, supportandomi nei momenti delicati e ascoltando le mie indicazioni nella gestione. Nei confronti dei tecnici ho cercato di rapportarmi sempre in maniera costruttiva, anche perché spesso sono uomini soli. Mi piace ricordare il campionato vinto con Bucaro ad Avellino e Palluzzi ai tempi dell’Aranova, che mi hanno trasmesso molto a livello umano.
Se dovessi ringraziare qualcuno, a chi ti rivolgeresti?
Alla mia famiglia per la pazienza ed il supporto, perché mi ha permesso di studiare e inseguire questa grande passione, comprendendo la mia volontà e le rinunce a cerimonie, avendo sempre anteposto gli interessi della professione al resto.
Un allenatore che ti colpisce?
La nuova scuola italica: De Zerbi, Italiano, Dionisi, che hanno dimostrato di saper lavorare bene sul campo con idee innovative e propositive.
Nei rari momenti di relax, a quali passatempi ti dedichi?
Mi alleno allo stadio in palestra, studio inglese una volta a settimana con un docente madrelingua, guardo serie Tv su Netflix.
Che tipo di musica ascolti?
Prevalentemente italiana, stazione preferita infatti è Radio Italia. Le canzoni seguono generalmente lo stato d’animo, anche se Venditti ha sempre il suo perché e mi incuriosiscono le nuove leve. Attualmente ascolto più spesso “L’uomo dietro al campione” di Diodato.
Per uno residente a Fiumicino il viaggio dovrebbe essere parte integrante di sé…
Il Grand Canyon è una delle mie mete prioritarie, Barcellona e Vienna sono le capitali che mi hanno suscitato emozioni particolari.
Al termine di questa stagione sarai contento se…
Avremo proposto giovani di qualità e divertito il pubblico teramano.
Dove hai stabilito il tuo quartier generale?
Sto ancora cercando casa a Teramo: vorrei vivere la città il più possibile, per capirne l’umore e conoscerne ogni aspetto.
Pensiero finale per la tifoseria…
Vi aspettiamo al “Bonolis”, abbiamo bisogno di voi!
 
LA CURIOSITA’
Bruciare le tappe è sempre piaciuto a Carlo Musa.
Il classe 1990, attuale Direttore Sportivo del Diavolo, a 21 anni ha lasciato il calcio giocato iniziando subito la carriera dirigenziale nell’Aranova, per poi abilitarsi come collaboratore della gestione sportiva (corso regionale valido per esercitare fino alla Serie D) già nel 2014. Un solo biennio prima di diventare a Coverciano a soli 26 anni, uno dei più giovani direttori sportivi professionisti, preceduto in questa speciale graduatoria soltanto dal collega Matteo Silvestri, attuale responsabile dell’area tecnica del Settore Giovanile dell’Empoli. Un corso condiviso, tra gli altri, con i vari Luca Toni, Pasquale Foggia (Ds del Benevento, ndr), Trinchera (Lecce, ndr), Ludi (Como, ndr), Zebi (Cesena, ndr), Scaglia (Juventus, ndr), Danzè (Milan, ndr), Comotto (Perugia, ndr), Carta (Cagliari), ndr) e Degli Esposti (Fidelis Andria, ndr).

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