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Davide Vitturini. Mens sana in corpore sano
Davide Vitturini. Mens sana in corpore sano

Tratto dall'House Organ "Teramo Stadio" n.11 - 2020/21

Vanto raro la capacità di far dialogare lo sport con lo studio, prerogativa insindacabile di Vitturini, Maturità Classica, una Laurea in Economia Aziendale ed una in itinere in Management dello Sport. Per lui i libri non sono davvero un optional, come dimostra il curioso aneddoto di quella verifica di latino fatta prima della partenza volante per Vercelli, con il Direttore Repetto ad aspettarlo fuori scuola. E poi l’amicizia vera con gli ex biancorossi Calore e Milillo, le soddisfazioni tinte d’Azzurro con i vari Audero, Barella, Locatelli e Meret, lo sguardo fiero del fenomeno Mbappè. Nomi altisonanti, vero, ma è dal Teramo 2.0 che passa l’operazione riscatto di Davide
 
 
Automatico l’avvicinamento al calcio?
La spinta è stata naturale, fin da quando ero piccolo la palla mi accompagnava ad ogni passo, più crescevo più facevo danni in casa. Certo, mia madre preferiva praticassi il nuoto e le ho dato inizialmente retta, ma la passione innata per quella palla che rotola ha finito per prevalere facilmente.
Origini aquilane, vita pescarese…
A L’Aquila ci sono soltanto nato, poi ho vissuto il primo anno e mezzo a Firenze perché la mia famiglia era impegnata professionalmente lì, ma a tre anni ero già a Pescara. Nel Capoluogo ho lasciato la nonna paterna a materna, prima del sisma andavo spesso a trovarli, ma ormai si sono trasferiti anche loro sulla costa.
Una persona che vorresti ringraziare nel calcio?
Fabio Giansante, il mister che ho avuto nella Scuola Calcio, perché mi ha fornito la prima impronta di cosa significa stare in un gruppo, insegnandomi molto della disciplina più che della tattica.
La tua trafila giovanile?
Ho iniziato alla Caldora per poi passare al Villa Raspa. Il motivo è presto detto: il mister Giansante con cui ho dato i primi calci mi allenava al campetto delle Naiadi e da lì portò me ed un altro paio di ragazzi a Spoltore. Eravamo un gruppo che dava filo da torcere a tutti e così passai al Pescara: nei Giovanissimi Regionali con mister Bottarini, poi sempre sotto-età con Mancini nella categoria nazionale, quindi negli Allievi con Iervese facendo il Capitano, infine in Primavera con Federico Giampaolo.
C’è un aneddoto che fa capire molto di te…
Frequentavo il Liceo Classico “D’Annunzio” di Pescara e quel sabato avevo un doppio appuntamento ugualmente importante: il compito di Latino e la partita a Vercelli. Così preferii saltare la rifinitura pre-gara. Ricordo che a fine verifica mi aspettava il direttore Repetto all’esterno dell’edificio scolastico per raggiungere la destinazione in auto. Il giorno seguente, peraltro, feci il mio esordio dal primo minuto e vincemmo 4-2.
Il tuo percorso scolastico e accademico?
Dopo essermi diplomato con 85/100, ho scelto l’Università telematica “Pegaso” con cui il 20 novembre 2019 ho conseguito la Laurea in Economia Aziendale e, attualmente, sto proseguendo con la specialistica in Management dello Sport.
Sei l’esempio (raro) di come si possa coniugare l’interesse per lo sport con lo studio…
Mia madre premeva affinchè scegliessi il Liceo perché a scuola andavo bene e poi, come lei ama sostenere, gli studi vengono prima di tutto e sono soddisfazioni che rimangono per la vita, sacrifici utili al percorso intrapreso. La letteratura classica e italiana, in particolare, mi hanno sempre affascinato. Ricordo i ritmi forsennati del primo anno di Teramo: ero all’ultimo anno di Liceo, grazie ai miei genitori ogni pomeriggio mi allenavo al “Bonolis” e poi, dalle 18 a tarda notte, aprivo i libri per prepararmi per l’indomani.
Come nacque quell’opportunità?
Grazie ai buoni rapporti intercorrenti tra i Presidenti Sebastiani e Campitelli. Ero un po’ acerbo, pur avendo già avuto qualche apparizione tra i Cadetti, ma se non ho mai debuttato, probabilmente, è perché Vivarini era molto legato al gruppo storico reduce dalla promozione in B.
Eppure dal gennaio successivo fu una cavalcata trionfale…
A Teramo non c’era spazio, mister Oddo mi conosceva bene per avermi allenato ai tempi della Primavera con Torreira, per questo feci il percorso inverso. Fu l’anno calcistico più bello in assoluto, non potrò mai dimenticare quella meravigliosa galoppata che ci condusse in Serie A nella mia città. Arrivai in un periodo in cui, nel mio ruolo, Crescenzi si era fatto male, Mazzotta era in difficoltà e, quindi, rimanevamo io e Zampano. Iniziammo a vincere partite in serie, non ci fermammo praticamente più sospinti dai gol di Lapadula. La stagione seguente decisi di giocarmi la carta della Serie A, avendo la stima di tutti: la mia sfortuna fu quell’infortunio che mi bloccò dopo aver infilato tre presenze in campo, portandomi dietro noie muscolari fino a farmi perdere il Mondiale Under 20 faticosamente conquistato.
L’allenatore da cui hai appreso di più?
Oddo per avermi fornito preziosi dettami di tattica individuale, come ad esempio la postura idonea del corpo, la lettura aerea della palla, lui che quella posizione di esterno destro la conosceva molto bene e riusciva a donare serenità. Eppure inizialmente ero un esterno d’attacco, prima di retrocedere a mediano nei Giovanissimi, giocando anche da centrale difensivo. Fu Iervese a confezionarmi il ruolo attuale, un tecnico che mi ha dato tanto, preparato e che fa del 4-3-3 il suo marchio di fabbrica.
Il feeling migliore nato sui campi di calcio?
Gli ex biancorossi Calore e Milillo, con i quali l’amicizia è rimasta intatta, perché si è originata al di fuori del rettangolo verde, nella vita.
L’attaccante peggiore che hai dovuto marcare?
Ho già avuto la fortuna di incrociarne tanti di altissimo livello, come Higuain, Mandzukic, Dzeko, tutti capaci di crearsi la giocata in tempi brevissimi, senza dimenticare Perotti, davvero imprendibile nell’uno contro uno perché, essendo ambidestro, non sapevi mai dove si dirigesse. Nessuno però paragonabile a Mbappè, affrontato in Nazionale: mi rimase impresso lo sguardo sereno e fiero del campione quando mi fissava prima del fischio d’inizio. In partita, poi, aveva troppo talento…
La lunga avventura in Azzurro cosa ti ha lasciato dentro?
I momenti più entusiasmanti, insieme ovviamente alla promozione in Serie A.
Dalla prima chiamata in Under 16 fino all’Under 20, ho girato tanto l’Europa e non solo: rappresentare la propria Nazione è un orgoglio immenso che porterò sempre con me. Tanti di quei ragazzi con cui mi sento ogni tanto, ora giocano ad alti livelli e rispondono ai nomi di Audero, Barella, Ghiglione, Locatelli, Meret e tanti altri.
Pensi di aver perso qualche treno importante nella tua giovane carriera?
Il Mondiale Under 20 in primis. La stagione seguente a Pescara arrivò Zeman, io passai al Carpi sempre in Serie B, mi sentivo bene, c’erano tutte le condizioni per mettermi in mostra, ma semplicemente non funzionò, forse perché si privilegiava la fisicità ed ero un po’ carente.
Carrara e Fano: se dovessi descrivere queste parentesi?
Due avventure positive. In Toscana ho avuto modo di conoscere un tecnico preparato come Baldini che ci teneva moltissimo a costruire un ambiente famigliare. In maglia granata, invece, con Epifani e poi Brini, nonostante la retrocessione sul campo, giocai sempre in un girone difficile ed in un ruolo nuovo come quello di tuttofascia.
Perché il Teramo 2.0?
A causa del discorso under, a Salò trovavo poco spazio, quindi ho pensato che potesse essere un’ottima chance per riscattarmi e vendicare sportivamente l’esperienza precedente. Ho trovato un ambiente sano e che mi stima, dove si può lavorare in serenità.
Sotto quali aspetti punti la barra del miglioramento?
Nella gestione della palla, in particolare negli ultimi metri.
Chi è il tuo primo tifoso?
Sono seguitissimo dai miei genitori con i quali commentiamo sempre le mie prestazioni, ma nonno Mario è speciale: a 92 anni si tiene ancora molto informato, anche sui social.
Il tuo piatto preferito?
La carbonara.
Una tua passione?
Adoro viaggiare, le isole greche mi hanno stregato, ma sogno New York ed il Sud America.
Come ti vedi tra dieci anni?
Ad oggi mi piacerebbe fare il direttore sportivo, chissà…
Perché il calcio abruzzese è così in crisi?
Il mondo del calcio ha tanti problemi da risolvere, in Abruzzo se ne risente probabilmente di più magari a causa della mancanza di solidità e di progettualità.
Teramo può essere il tuo nuovo trampolino di lancio?
Me lo auguro, ne ho davvero tutto l’interesse!

LA CURIOSITA’
Non sarà mai un’annata come le altre, quella 2015/16, nei ricordi di Vitturini.
Arrivato in biancorosso dal Pescara, grazie alle consuete operazioni condotte in quel periodo dai Presidenti Sebastiani e Campitelli, Davide frequenta l’anno della Maturità al Liceo “D’Annunzio”: i sacrifici si moltiplicano dovendo sostenere sedute pomeridiane al “Bonolis” e facendo le nottate per farsi trovare pronto l’indomani anche per gli impegni scolastici. Eppure di spazio, in quel Diavolo voglioso di riprendersi il mondo, non ce n’è e nella finestra di riparazione opta saggiamente per il ritorno in riva all’Adriatico, dal suo mentore Oddo. Dal paradosso di non trovare spazio in C, all’ottenerlo stabilmente in una squadra che volerà letteralmente in A, anche grazie alle prodezze dell’altro ex Diavolo Lapadula, il confine sarà impercettibile ma tremendamente gaudente. Fino alle tre presenze registrate nella stagione successiva nella massima serie. Enigmi pallonari…

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