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Stefano Del Grosso. «A Teramo devo tutto»
Stefano Del Grosso. «A Teramo devo tutto»

Tratto dall'House Organ "Teramo Stadio" n.10 - 2020/21

Proseguiamo il nostro viaggio nello staff tecnico del Diavolo con chi si occupa del recupero infortuni e della riatletizzazione. Ex mediano tra i dilettanti, Del Grosso il biancorosso l’aveva già assaporato da protagonista nel 2008, nella cavalcata della ripartenza, prima di conquistare anche due titoli accademici nazionali con l’attuale Ds del Milan Massara. Teramo e il Teramo, però, erano evidentemente nel destino di Stefano, come suggellato da quella doppia (ri)chiamata a distanza di anni che lo ha legato definitivamente alla nostra città: «Un’emozione unica che mi ha ripagato di tanti sacrifici»
 
Ripercorriamo i tuoi primi passi nel calcio…
Iniziai nel River Chieti, un vivaio storico, da cui è fuoriuscito lo stesso ex Teramo Zuppa. A 13 anni il passaggio al Giulianova, con cui ho militato fino alla Berretti, allenato tra gli altri da Paolucci e Vivarini, con cui instaurai un bel feeling, fino alla convocazione in prima squadra con mister D’Arrigo, senza tuttavia mai debuttare. Ero un mediano, abbastanza compassato. Dopo la stipula del pre-contratto, l’anno seguente andai in prestito in D con il Guardiagrele di Anzivino, un’ottima scuola per me. Non venendo riscattato, presi una scelta orientata al futuro, mettendomi a studiare senza perdere altro tempo e, contemporaneamente, proseguendo a livello dilettantistico.
…E quelli legati alla tua istruzione.
Dopo la Maturità Scientifica, dividendo la casa con l’attuale attaccante del Bari Antenucci, proseguii con la triennale in Scienze Motorie a Chieti. Proprio nell’anno della laurea, peraltro, già militavo nel Teramo.
Che ricordi conservi di quell’annata?
Era il 2008/09, la stagione della rifondazione biancorossa, sotto la gestione Campitelli, quando totalizzammo 91 punti con Valbruni. Vittoria del campionato di Promozione a parte, i ricordi rimangono indelebili: un grande gruppo composto da uomini veri, il primo giorno di ritiro al vecchio Comunale con un migliaio di persone presenti, le tante interviste, tutte situazioni inusuali per noi calciatori dilettanti, come la prima di campionato a Roseto con 600 tifosi al seguito. È passato tanto tempo, ma quando ci rivediamo ne parliamo ancora con piacere.
E l’anno seguente arriva il bis.
Il gruppo fu stravolto, ma non la presi male, Teramo doveva permettersi calciatori di categoria superiore tra i dilettanti per una pronta risalita, ci stava. Mi tolsi la seconda soddisfazione di tornare in Eccellenza a Martinsicuro con mister Fanì. A quel punto, a 25 anni, preferii la proposta di lavoro ricevuta dall’Aran Cucine, nel contempo giocando nel Mutignano. Pensai: meglio trovarsi una professione per regalarmi un avvenire.
Un amante del calcio come te non poteva non raccogliere consensi anche a livello accademico…
Il corso Chieti – Pescara creò una super squadra, con la quale partecipammo ai Campionati Nazionali Universitari: l’allenatore era Massara, il Ds Martorella. Vincemmo due titoli nazionali oltre ad un terzo posto, tra Jesolo, Brescia e Catania. Saltai i successivi Europei di Kiev solo perché giocavo nell’Angolana di Ettore Donati e partecipai da fuoriquota alla semifinale Berretti contro l’Atalanta, in cui militava il nostro Capitano Arrigoni. Incroci del destino. Ricordo che alla fine di ogni allenamento, mi divertivo nel vedere Gelsi e Massimo De Amicis calciare le punizioni, un autentico spettacolo!
Con Teramo, però eri ormai legato da un filo sottile.
Nel 2015 arriva la chiamata dell’attuale preparatore atletico Cantarini, con il quale condivido una lunga amicizia extra-campo. Avevo appena preso il patentino UEFA B e D’Orazio mi convinse ad entrare nel Settore Giovanile, lasciando il calcio giocato a trent’anni suonati. Svolsi il compito di preparatore prima con Scervino, poi per un biennio con De Amicis. Fino a quella telefonata del Ds Federico nel 2019 per passare in prima squadra con un nuovo progetto: fu una grande emozione, in un attimo mi sentii ripagato di tanti sacrifici.
Calciofilo o polivalente?
Da bimbo mi bastava un semplice pallone, nessun altro regalo, ho reso l’idea? Una passione trasfusa da mio padre Gabriele, ma insieme a mamma Gabriella mi hanno sempre inculcato, al di sopra di tutto, l’arte del lavoro.
Entriamo nella quotidianità: svelaci la tua giornata tipo.
Fungo da collante tra l’area medica e quella tecnica, dividendomi tra campo e palestra e mantenendomi in costante contatto sia con i fisioterapisti che con il mister, con l’obiettivo di far tornare arruolabili i ragazzi infortunati attraverso un’opportuna riatletizzazione. Una componente fondamentale è quella psicologica, specialmente nella fase in cui non possono scendere in campo. La mia attività prosegue con il monitoraggio del carico esterno tramite Gps, curando le riprese degli allenamenti e della partita domenicale interna.
La match analysis è un’opzione futura?
Già lavorare nell’ambito calcistico mi riempie il cuore, faccio quello che mi piace e mi appassiona da sempre, mi sento un privilegiato. Cerco di sviluppare qualunque aspetto del settore, mi piace studiare la squadra avversaria, in futuro chissà…
A proposito: come procede il recupero infortuni?
In generale parliamo di piccoli acciacchi, ad eccezione dei lungodegenti Lasik e Minelli, quest’ultimo in fase di recupero dopo la pulizia al menisco. Per Richard il vero problema è quel brutto infortunio patito ad Avellino, la frattura scomposta di tibia e perone, con sette operazioni subìte per tornare in campo un anno e mezzo dopo. Ce la sta davvero mettendo tutta per rientrare il prima possibile.
In risposta a chi parlava di problemi atletici, a Caserta la prestazione è stata davvero rilevante…
I dati in nostro possesso sono assolutamente positivi, infatti in doppia inferiorità numerica e sotto la tempesta ce la siamo giocata fino all’ultimo secondo. Un calciatore percorre mediamente circa 10-12 km per gara. Oltre a ciò, però, è anche emersa la straordinaria unità d’intenti di un gruppo solido che voleva riprenderla a tutti i costi.
Quanto è complicato giocare tre giorni dopo la battaglia innevata del “Pinto”?
Nove infrasettimanali in terza serie sono troppi, non siamo in Serie A con rose extra-large, ma possiamo superare il problema monitorando i carichi di lavoro con una visione a 360° e capendo chi sta bene e chi no. La differenza, poi, la fanno la cura dei particolari, il riposo, una vita sana, un’alimentazione adeguata.
Un giocatore capace di strapparti un sorriso?
Mungo, Di Matteo e Soprano senza ombra di dubbio: hanno sempre la battuta pronta, ci vogliono ragazzi così in uno spogliatoio.
Il tuo rapporto con lo staff?
Il primo giorno è stato emblematico: Paci e Guana li avevo visti sempre giocare in Serie A contro le mie fonti d’ispirazione, da Pirlo a Baggio e Rui Costa. Sembrava incredibile poterci lavorare fianco a fianco. Siamo tutti giovani, abbiamo voglia di emergere e mettere in pratica il nostro know-how, si è creata una bella alchimia. “Non mollare mai” è il nostro slogan, penso che i ragazzi l’abbiano recepito.
L’attuale preparatore atletico ha iniziato proprio come recupero infortuni: prevedi un percorso simile per te?
Se la società mi offrirà in futuro quest’opportunità, mi farebbe piacere. Già il lavoro attuale, comunque, mi fa tornare a casa con il sorriso.
Il tempo libero fa rima con…
Il mio cane Aron. Era stato abbandonato in un centro commerciale, mi ha seguito, gli ho aperto lo sportello dell’auto e da quel momento non mi ha più lasciato, diventando un amico fedele. D’altronde non me la sentivo di lasciarlo in un canile, oggi posso dire che ha cambiato la mia vita in meglio: è anche il mio personal trainer visto che di ritorno dal lavoro mi obbliga a lunghe camminate.
A tavola ti siedi con il sorriso quando…
Quando ho i tortellini con panna e prosciutto davanti e ovviamente la pizza. Ogni sabato è legge: in tempi di covid è diventata una buona abitudine impastarla.
Qual è il regalo quotidiano che ti riserva il mare?
Libertà e felicità.
Il buongiorno si vede dal mattino…
…Quando so di avere davanti a me una giornata piena con le persone ed il lavoro che amo.
Un aspetto che apprezzi e uno che detesti di una persona?
Rispettivamente: sincerità e falsità.
Quali amicizie hai conservato legate al calcio?
Sono racchiuse sulle dita di una mano, con Antenucci mi sento più di ogni altro.
Come ti vedresti tra qualche anno?
A Teramo sto benissimo: oltre al lavoro che amo, mi ha dato tutto, anche la mia attuale compagna Michela che lavora al “Gran Sasso”. L’obiettivo è lavorare sodo per il massimo traguardo. 

LA CURIOSITA’
Stefano Del Grosso aveva già conosciuto Teramo nell’estate del 2008. Il lungo cammino del Diavolo si era interrotto bruscamente per la prima volta, con l’addio al professionismo ed il ritorno sui polverosi campi dilettantistici, a quarant’anni di distanza dall’ultima volta, ma il pallone non aveva smesso di rotolare. La prima chiamata gli arrivò dal compianto Ds Mimmo D’Antonio che aveva il compito di costruire un’armata infallibile, stravincendo il campionato di Promozione. Davanti a mostri sacri come D’Aprile e Napoleone, Stefano si conquistò il posto e la fiducia di mister Valbruni gradualmente. E la scalata fu irrefrenabile. «Conservo ancora fotografie e articoli di giornale – le parole di Stefano - ricordo ancora quando mi laureai e portai la torta nello spogliatoio nell’ottobre del 2008. Si cementò un’unione tra noi ragazzi che andò ben al di là della vittoria di un campionato». Il Teramo 2.0, per lui, è ripreso nel 2015, prima nelle Giovanili e, dal 2019, in prima squadra. Con l’augurio che possa riservargli ancora le giuste soddisfazioni.

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