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Nino Galli. Il geometra dei portieri
Nino Galli. Il geometra dei portieri

Tratto dall'House Organ "Teramo Stadio" n.9 - 2020/21

Una passione che viene dal lontano Venezuela, quella di Galli per il calcio. Un ruolo, il portiere, che Nino ha sviscerato in tutti i suoi aspetti, prima da protagonista sul campo, con l’esordio a 17 anni nel Pineto di Ammazzalorso, quindi da preparatore, ammaliato dalla scuola Negrisolo prima e dal veronese Cataldi oggi. Geometra mancato dopo aver lavorato in uno studio di architettura per due lustri, conosce bene Teramo grazie a due esperienze distinte ed altrettanti Direttori sportivi (Obbedio nel 2010, Federico nel 2019) che hanno creduto in lui. Dopo aver girato l’intero Abruzzo, ora sogna di girare l’America con i figli.
 
Possiamo definirti italo-venezuelano?
I miei genitori erano emigranti, fino a sei anni abitavo a San Felix, oggi le condizioni sono notevolmente peggiorate in Venezuela: mia madre e una sorella sono riuscite a tornare, l’altra ha atteso troppo e con la crisi economica presente, al cambio attuale, sarebbe impossibile andar via.
Il calcio in cima ai tuoi pensieri.
All’arrivo in Italia ci stabilimmo a Pineto, ho sempre adorato il mare, viste anche le mie origini. Iniziai subito con la Scuola Calcio locale insieme a mio fratello. Tra portiere e attaccante scelsi d’istinto la porta, mi piaceva muovermi tra i pali, mai avuto dubbi.
Raccontaci la tua carriera in campo.
Dopo la classica trafila giovanile nel Pineto, ecco la prima panchina in Serie D con Ammazzalorso e l’emozionante debutto a 17 anni, prima di trasferirmi a Chieti, in C1, nella miglior era teatina con mister Volpi: ricordo che conquistammo una splendida salvezza nonostante diversi infortuni, con tanti volti noti, quali Peppe De Amicis, D’Eustacchio e la nidiata di giovanissimi e futuri addetti ai lavori Sandro Federico, Luca D’Angelo e Luca Leone. Dovevi rigare dritto con i veterani e lo spogliatoio, prima, faceva davvero sentire la sua autorità. L’avvento di Balugani, però, cambiò le prospettive: disse apertamente che non avrebbe puntato sui giovani, così andai a Bojano e, dopo l’anno di leva, capii che non avrei fatto il calciatore a certi livelli. Dopo tanta Eccellenza, smisi a soli 29 anni mentre avevo già preso l’abilitazione da geometra, allenandomi la sera.
Quali le tue peculiarità sul rettangolo di gioco?
Prediligevo la tecnica, non ero bravo con i piedi, il sinistro non sapevo nemmeno cosa fosse, l’ho migliorato solo da preparatore.
Quando ti è balenata in testa l’idea di diventare preparatore dei portieri?
Il 2002 è stata la mia data spartiacque: il matrimonio fece rima con l’ultimo anno d’Eccellenza a Montesilvano da calciatore, così iniziai a collaborare con Felice Mancini a Notaresco, per poi proseguire a Pineto, Morro d’Oro e Chieti, tornando in D con Rinaldo Cifaldi.
Qual è la scuola calcistica prediletta?
Quella che cura il gesto tecnico e la sua ripetitività. Il maestro fu Negrisolo, perché nel 91/92 fui allenato dall’allievo Rossano Di Lello ed i suoi metodi mi colpirono particolarmente.
Qual è l’esperienza che senti più tua?
Ho girato l’Abruzzo in lungo e largo.  A Chieti ho conseguito tre finali playoff e due campionati vinti; Pescara mi ha fatto toccare con mano il palcoscenico più alto del mio professionismo sotto la gestione Cosmi e con Oddo nella Primavera. A Teramo ho cominciato nel 2010/11, l’anno della D con Cifaldi, ma non riuscii a dare continuità perché si decise di stravolgere tutto nonostante la finale playoff. Il Teramo 2.0 si è originato nel gennaio 2019, quando il Ds Federico mi contattò per un percorso che stiamo tracciando insieme: una chiamata che mi fece molto piacere, perché non lo rivedevo da vent’anni. All’epoca era già una persona seria e pacata, è rimasto così, ragazzo per bene, di parola.
E di quel 2010/11 hai ritrovato un calciatore…
Costa Ferreira! Ricordo che arrivò dal Sassuolo come under, ma si vedeva lontano un miglio come avesse talento e una spiccata personalità, non era mai banale, poneva già domande intelligenti. Due anni dopo a Chieti ho avuto Mungo sotto la gestione De Patre: ragazzo solare come pochi e dotato di grande tecnica.
Il portiere è spesso un uomo solo?
Diciamo che per tanti aspetti le occasioni sono minori e l’attesa può logorare. Quando parlo con i miei ragazzi mi piace dire che in primis c’è l’uomo, poi l’atleta e solo infine il portiere.
L’estremo difensore più forte che hai allenato?
Ho allenato Belardi e Pelazzoli a fine carriera, ma Bizzarri era una persona straordinaria: mentalità aperta, chiedeva sempre consigli e accettava il lavoro prospettato da Max Marini e dal sottoscritto.
Un giudizio tecnico sui nostri portieri?
Valentini è stato sfortunato: la lesione all’adduttore patita poco prima dell’avvio di Coppa e qualche altro acciacco in corso d’opera gli hanno impedito di giocare, in quello che poteva essere l’anno buono per mostrare le proprie qualità. Di Lewandowski ricordo un aneddoto curioso: perse il posto qualche anno fa per una febbre a vantaggio di Gomis e l’ha recuperato quest’anno, mostrando una tempra ed un carattere straordinario, senza mai fare mezza polemica, continuando a lavorare a testa bassa. È un esempio, ha colto l’occasione credendoci sempre. Lo alleno da tre anni, i miglioramenti caratteriali sono palesi, riesce a mettersi subito dietro l’episodio negativo. D’Egidio è venuto con una voglia incredibile, gli dicevo che si sarebbe meritato di rimanere con noi e quando Valentini si è fatto male, non abbiamo avuto alcun dubbio. Riveste un ruolo nient’affatto secondario, perché se i colleghi vanno bene, una parte del merito è pure la sua: se ognuno spinge nella competizione, si va forte tutti.
Come si è evoluta la figura negli ultimi decenni?
Prima lavorava costantemente a parte, senza svolgere attività atletica, mentre oggi è incluso nella seduta e dobbiamo fornirgli gli strumenti idonei non solo per parare, ma anche per impostare e conoscere tatticamente la squadra avversaria, d’altronde è uno dei calciatori che tocca più palloni. È migliorato il lavoro podalico e quello di situazione, ma la tecnica rimane l’ancora di salvezza.
Logico chiederti quale sia il tuo preferito…
Da wyscout scaricavo sempre Alisson fin quando ha giocato in Italia, oggi invece mi piace Silvestri (Hellas Verona, ndr), soprattutto perché dietro c’è un preparatore, Cataldi, allievo di Savorani, che monitoro con attenzione. Denoti una certa metodica di allenamento, comprendi perché siano migliorati.
Qual è l’allenatore con cui ti sei trovato meglio?
Bruno Pinna nel Bojano: era il mio primo anno fuori, fu quasi un secondo padre. L’allenatore con cui bastava uno sguardo era Ruscitti ai tempi della Primavera del Pescara, con Tedino ho condiviso tanti bei momenti anche fuori dal rettangolo verde, ma ho instaurato un ottimo rapporto anche con Paci e Guana.
È possibile costruire un bel legame nello sport?
Perché una conoscenza possa diventare qualcosa di più, una persona la devi frequentare con assiduità. Con tanti allenatori è spesso nata un’amicizia sincera, come adesso con il nostro team manager Gatta.
Come trascorri in pullman le trasferte?
Tra libri, Netflix e Wyscout. Mi piace inoltre leggere libri di psicologia e storie di sport e prediligo i film d’azione.
Segui altre discipline?
Da quando vado a trovare mio figlio a San Marino, sto apprendendo da lui qualche regola di pallacanestro, tutto qui!
Se non avessi seguito questo percorso, quale strada avresti intrapreso?
Probabilmente sarei diventato geometra o dipendente all’Aran, perché avevamo una conoscenza in famiglia. Ho sempre pensato di raggiungere da preparatore, quello che non sono riuscito ad ottenere da portiere anche se, avendo tre figli, bisognava coniugare una grande passione con l’aspetto remunerativo, così ho lavorato in uno studio di architettura per due lustri.
In famiglia c’è una netta predominanza maschile, vero?
Siamo quattro fratelli e ci siamo sempre aiutati l’un l’altro, in particolare mi confidavo con Fabrizio. L’unico che ha seguito un percorso sportivo è Marco che da 15 anni esercita il ruolo di preparatore a Mutignano. I miei genitori mi hanno sempre raccomandato di studiare, lasciandomi tuttavia grande libertà d’azione.
Un sogno nel cassetto?
Mi piacerebbe girare l’America con i miei figli, chissà…

LA CURIOSITA’
All’Abruzzo deve la sua crescita dopo la culla venezuelana. A Teramo è legato da due momenti temporali solo sulla carta distanti tra loro, ma in realtà
annodati da un ideale trait d’union: l’amicizia e la reciproca stima con i direttori Antonio Obbedio e Sandro Federico. Riavvolgendo il nastro della sua carriera, Galli approda a Teramo nella stagione 2010/11, quando l’attuale Ds della favola Renate, si ricorda di lui dopo aver vinto il campionato di Eccellenza con il Chieti, peraltro disputando la partita decisiva proprio al “Bonolis” due anni prima. Quello stadio che diventa la sua dimora sotto la gestione Cifaldi, con un altro campionato di vertice chiuso al secondo posto e con una finale playoff. Il resto è storia (più o meno) recente. Sandro Federico sfoglia l’album dei ricordi di quel Chieti 91/92 allenato da Ezio Volpi, si ricorda di quella nidiata di (tanti) futuri addetti ai lavori, tra cui Nino. Lui, che per parafrasare De Gregori un calcio di rigore non l’ha mai calciato, (ri)accetta, per quella che è diventata la sua quarta stagione consecutiva in biancorosso.

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