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Roberto Guana. Una vita da mediano
Roberto Guana. Una vita da mediano

Tratto dall'House Organ "Teramo Stadio" n.8 - 2020/21

Roberto Guana si pone con la stessa naturalezza e tempra di chi ha perseverato nel proprio sogno calcistico, frutto di una competizione tenace e costante fin dal primo stage in cui emerse con Bonera. Tanti ricordi riaffiorano, come quel “grazie” a Mazzone, il cambio di ruolo da trequartista a centrocampista “tattico” che gli consentirà di respirare per un decennio l’aria salubre della A e di giocare con autentici mostri sacri come Baggio, Guardiola e Pirlo. Il presente si chiama Teramo, si rivede in Arrigoni e non può negare che l’Abruzzo sia un po’ nel suo destino, così come che «oggi, senza pubblico, manca la magia»

Guana e il calcio: come descriveresti questa lunga storia d’amore?
Credo che il Dna paterno abbia influito, visto che lui ha giocato nelle giovanili della Cremonese. È stato tutto naturale, ho sempre avuto il pallone tra i piedi, distruggendo vasi, fiori, vetri e facendo adirare più di qualcuno in famiglia.
Quando e come è nata?
Giocavo nel parchetto del paese, avevo 5 anni e un dirigente della Scuola Calcio Voluntas Brescia, vedendomi, chiese ai miei genitori di portarmi ad un provino. Su 200 bambini della classe 1981 ne scelsero tre, tra cui io e Bonera (ex difensore di Parma e Milan, ndr). Da lì ho fatto l’intera trafila delle giovanili fino alla prima squadra.
Una persona che ti senti di ringraziare più di altri?
Carletto Mazzone: ricordo che era particolarmente aspro con noi giovani, ma lo faceva con il fine di aiutarci, perché sosteneva che il mondo del calcio era duro e bastava un attimo per perdere l’equilibrio. Ho avuto altri allenatori di spessore, tra i quali cito dal punto di vista tecnico Giampaolo, Guidolin e Corini.
Esiste l’amicizia vera nel calcio?
Non è semplice, perché è un lavoro che ti porta a cambiare continuamente luoghi e rapporti. Personalmente ho pochi amici fidati: Corini, mio idolo già da calciatore, Bovo, Adani e Succi.
300 partite quasi tutte in A: maggiori le soddisfazioni o i rimpianti?
Senz’altro le prime, perché è stato magico vivere la Serie A in un decennio in cui andava per la maggiore, potendo sfidare grandi campioni. Totti era complicato da marcare, Rui Costa invece ti puntava sempre con personalità, tecnica e potenza. Certo, essere compagno di squadra di un certo Roby Baggio è stato un privilegio unico.
L’Abruzzo non è una novità per te…
2014. Pensavo di chiudere la carriera nel Chievo che invece mi girò al Pescara, ma ero ormai svuotato di energie e quindi preferii rinunciare ad un biennale con rispetto e trasparenza, salvaguardando la mia dignità di uomo.
Gli anni migliori da calciatore?
Per un quadriennio dai 25 anni in poi, quando mi sentivo nel pieno della maturità calcistica: Ascoli, il biennio di Palermo con un giovane Cavani e Brescia, con un tandem del calibro di Pirlo e Guardiola che, alla qualità sopra la media, aggiungevano un carattere gelido, riuscendo a tenere sempre tutto sotto controllo, anche in campo.
Se non hai fatto uno step aggiuntivo a cosa lo adduci?
Ero solito schierarmi, non mi sono mai piaciute le vie di mezzo: per certi versi è stata la mia forza, per altri mi ha penalizzato, ma ritengo che alla fine i conti tornino sempre in equilibrio.
Il tuo ruolo ha conosciuto un’evoluzione naturale?
Sono nato trequartista nelle Giovanili, fino a quando Mazzone, giustamente, mi disse che non avevo abbastanza qualità per giocare nello stesso ruolo in Serie A. Inizialmente la presi male, ma con il senno di poi si rivelò un prezioso insegnamento. Abbassai il raggio d’azione, ero un centrocampista tattico, anche da mezzala avevo più il compito di coprire il play che di inserirmi, d’altronde se ho segnato solo tre gol in carriera ci sarà un motivo…
Quanto hanno inciso gli infortuni?
Poco o nulla, con due operazioni alla caviglia e altrettante fratture alla clavicola sul finire di stagione.
C’è una partita che custodisci gelosamente nell’album dei ricordi?
Mi ritorna in mente un Brescia – Bologna arbitrato da Collina: loro si giocavano un posto in Champions, noi la permanenza. Entrai nel secondo tempo al posto di Giunti, vincemmo 3-0 con reti di Bachini, Baggio e Toni in un “Rigamonti” gremito. Da bresciano fu una giornata che ricorderò sempre con emozione. Come la prima in Coppa Uefa contro il West Ham di Tevez e Mascherano.
La scintilla che ha dato il via alla tua seconda carriera?
Mi ritengo fortunato che Massimo Paci mi abbia scelto per questo inizio di percorso insieme. È una persona onesta, sincera e attenta a tutte le dinamiche, anche umane. Io ero fermo dopo Pescara, così iniziai a frequentare i corsi UEFA B e A per il patentino di allenatore. La sua chiamata arrivò dopo i sei mesi a Sudtirol nella Berretti con Zenoni.
Lavorare sulla competizione è il tuo dogma?
Vengo dalla Pianura Padana e tendenzialmente siamo persone introverse e che danno poca confidenza, ma gran lavoratori, forti nel carattere, un po’ come il teramano. Sono arrivato all’apice da calciatore gareggiando con tutti, me stesso in primis, in ogni allenamento: è il mio assioma.
C’è un giocatore in rosa che assomiglia a Guana?
Mi rivedo in Arrigoni su diversi aspetti, ma Carlini (Catanzaro, ndr) mi ha davvero impressionato per qualità.
Hai finalmente scoperto Teramo?
Certamente, facendo lunghe passeggiate in centro. Mi piace come terra e posizione geografica: arrivando in auto a volte mi capita di rimirare il mare da un lato e la montagna dall’altro, un privilegio. E poi con il Gran Sasso è stato subito un colpo di fulmine, sin dalla prima volta in pullman. Mi ha letteralmente folgorato.
La città di cui conservi il miglior souvenir?
Verona, dove poi ho deciso di rimanere viste anche le origini di mia moglie, a pochi passi dalla mia Brescia.
A proposito, il "come vi siete conosciuti" stavolta è d’obbligo!
Federica era responsabile comunicazione al Chievo Verona. Il primo anno non andavamo molto d’accordo perché ero sempre reticente nel rilasciare interviste. In seguito, però, si è rivelata essere il mio fulcro, la base di un nuovo progetto legato alla costruzione di una famiglia, con la nascita di Camilla ed Eva. Ricordo quando rivelai tutto per correttezza a mister Corini, al Presidente Campedelli ed al direttore Sartori. Mi ero innamorato, non c’era verso. E loro furono bravi a capirlo.
Hobby?
Sono un appassionato di cinema e lettura, mi rivedo in due film agli antipodi: “Braveheart” e “Ufficiale e Gentiluomo”, tanto per essere romantici. Adoro poi Tex Willer e i cavalli: ne avevo tre, poi il tempo è gradualmente diminuito e ho dovuto venderli, ma quando posso…
Quale altro sport catalizza la tua attenzione?
Sono un folle amante di Federer, per la qualità e l’eleganza che infonde in ogni colpo. Ricordo un aneddoto: ero a Palermo ed ebbi la malsana idea di guardarmi la finale di Wimbledon con Liverani, ovviamente fan di Nadal. Fabio, ad ogni punto dello spagnolo, mi stuzzicava con un “vamos!”, Roger perse dopo cinque set combattutissimi.
Qual è la squadra che gioca il miglior calcio in Europa?
Il Manchester City di Guardiola ed il Liverpool di Klopp, ma adoro la Premier League in generale. In Italia l’Atalanta ed il Sassuolo, seppur con filosofie differenti. Nel nostro girone, infine, dico Casertana: squadra giovane, ma con un’idea di gioco chiara e ben definita.
Il viaggio che non dimentichi?
La luna di miele a Formentera con la mia prima figlia: ci divertimmo moltissimo! Mi piacerebbe scoprire meglio l’America.
Il tuo bilancio da neo-40enne?
Molto positivo. La prima parte interamente dedicata al calcio mi ha trasmesso emozioni uniche, giocando con compagni di squadra ed avversari prestigiosi, spesso davanti a 60-70mila persone. Solo chi scende in campo può capirle fino in fondo. Sono felice che il calcio sia rimasto nella mia vita, lo sono altrettanto per la mia nuova famiglia.
Quasi un anno senza pubblico…
Manca la magia, il boato di uno stadio ad ogni gol, le urla, le coreografie. Così rimane una partita di calcio fine a se stessa.
«Sono qui per dire che per motivi personali ho deciso di smettere di giocare al calcio»: quanto è pesante quella frase per un calciatore?
Per me non lo è stata, la sentii piuttosto come una liberazione, perché non avevo più gli stimoli giusti per competere a quei livelli. Avevo solo l’esigenza di staccare ed i dirigenti del Pescara, con il Presidente Sebastiani in primis, furono bravi a comprenderlo.
 
LA CURIOSITA’
Se la carriera da calciatore l’ha visto emergere naturalmente nella massima categoria, con pochi spiccioli tra i Cadetti, quella da vice-allenatore è iniziata con una naturale gavetta, partendo da categorie mai testate in precedenza, come la Serie D (a Forlì) e la C (a Teramo), sempre in tandem con il tecnico Paci. Interessante notare come l’Abruzzo sia un po’ nel destino di Roberto Guana: a Pescara debutta in prima squadra in B vestendo la maglia del Brescia, sempre in riva all’Adriatico chiude con il professionismo nel 2014/15 terminando anzitempo la sua avventura per scelta personale, peraltro nell’annata in cui i “gemelli del gol” biancorossi Donnarumma – Lapadula incantavano l’Italia con le loro giocate. Quei “Pro” che ha ritrovato sei stagioni dopo, sempre in Abruzzo, ma questa volta a Teramo, sulla sponda di quel Gran Sasso che tanto lo ha rapito sin dal primo istante.

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